L'intervista

"Cornamuse di pace" e libertà contro i pregiudizi

​Ieri nel centro Linea comune l'esibizione di 12 giovani palestinesi ospiti dei campi profughi in Libano. «Siamo davvero sfortunati, non possiamo muoverci, non possiamo viaggiare»​, ci hanno raccontato

Attualità
Ruvo di Puglia domenica 16 luglio 2017
di Francesca Elicio
Cornamuse di pace
Cornamuse di pace © RuvoLive.it

Una cornamusa, 12 ragazzi talentuosi e un tour per tutta la Puglia. Scopo dell’associazione “Ulaia” è quello di sensibilizzare la popolazione sulla questione palestinese. Quante cose diamo per scontate? E quante restano sottaciute? Quanti di noi pensano che palestinese sia sinonimo di terrorismo?

In una emozionante esibizione svoltasi nel centro “Linea comune” si è riuscita a percepire e far propria quella cultura che intendiamo lontana. Per l’occasione abbiamo ascoltato la presidentessa dell’associazione, Olga Ambrosanio.

Perché cornamuse di pace?

«Perché oggi c’è sempre più bisogno di parlare di pace; una volta le cornamuse erano lo strumento che precedeva la fanteria e incitava alla guerra. Io spero che il mondo capisca che come le cornamuse si sono trasformate, tutti possono trasformarsi nell’opinione rispetto ai palestinesi, legati all’idea di terrorismo e vocaboli terribili. Vivono nei campi profughi istituiti nel 1950 in un chilometro quadrato. Chi si sposa non può andare fuori dal campo e trovare casa: quando hanno permessi per costruire, realizzano un piano sopra l’abitazione dei genitori. Il nostro scopo è puntare l’attenzione sulla richiesta dei diritti di questi ragazzi; in quanto rifugiati in Libano risultano stranieri e non hanno alcun diritto, come quello al lavoro. Noi siamo una piccola onlus e cerchiamo di lavorare con i giovani per motivarli; operiamo nel sud del Libano a 30 chilometri dal territorio degli occupanti, al confine con la Palestina».

Crede che ci siano miglioramenti? La vostra battaglia sta ottenendo i frutti sperati?

«Sicuramente. La nostra battaglia è quella della grande ong palestinese National institute of social care vocational training, presente in 12 campi del Libano con tanti progetti per donne e bambini. Nacque nel 1976 per proteggere gli orfani di un eccidio in un campo raso al suolo; lentamente sono state avviate tante attività, a cominciare dai progetti di assistenza alle adozioni a distanza. Si cerca di aiutare molto i bambini in età scolare: ricordiamo come la Palestina sia il popolo più erudito, con una vasta cultura che adesso Israele sta man mano cancellando. La banda porta in giro la cultura e la tradizione palestinese; solo così il popolo non scompare.

Per la musica, aiutiamo un progetto sponsorizzato dalla Tavola Valdese. C’è un orchestra di 140 bambini che hanno strumenti di ogni genere. Ciò consente di lavorare in e-learning, così i piccoli iniziano a capire come leggere e scrivere le note. Il progetto “Banda senza frontiere” paga gli insegnanti locali, per cui loro fanno musica due volte a settimana. Inoltre abbiamo introdotto la musicoterapia con la cooperazione perché, come ho già detto, siamo una piccola associazione. Dove non possiamo, chiediamo. La regione Puglia gioca un ruolo importante in questo progetto, con dei fondi da utilizzare per “Banda senza frontiere”. Ci sono dieci operatori che hanno iniziato insegnando ai bambini la musicoterapia. Dopo circa due o tre mesi sono stati aperti cinque centri in tutto il Libano; nel progetto iniziamo a formare non i bambini, ma gli operatori volontari.

Ma la parte più toccante dell’intervista è stata sicuramente la voce di tre ragazzi, Nusaiba Al Haleem, Mustapha Dakhoul e Ziad Hbouss. Nei loro occhi genuini e spontanei si legge tanta forza, ma soprattutto tanta speranza. Anche ciò che è terribile, per loro diventa motivo di reazione.

Alla mia domanda: «Cosa è la libertà?» non hanno esitato un momento. «Per me libertà è tutto ciò che è umano», mi dice Ziad, «senza libertà non possiamo fare nulla. È davvero qualcosa di importante nella vita». Mustapha invece afferma di non sapere cosa sia la libertà, «perché non è un termine da noi utilizzato». «Siamo davvero sfortunati», conclude Nusaiba. «Non possiamo muoverci, non possiamo viaggiare».

Anche il loro viaggio per venire in Italia è stato complesso. Olga ci racconta che ci si è ritrovati nella condizione di dover scegliere chi far venire e chi no. Ma muoversi in quei territori è davvero molto complicato.

Nonostante tutto, i ragazzi raccontano le proprie vite e le loro intimità, fino ad enunciare i loro sogni: c’è chi immagina di diventare cuoco, chi agente di polizia per poter porre fine a tutte le crudeltà.

Ma la cosa che più risuona nella piccola aula del centro è sicuramente «grazie». Loro ringraziano per la disponibilità, per questa terra incantevole, per l’aria libera che si respira e per questo buon cibo che si assapora. Ma sicuramente siamo noi ad aver imparato davvero tantissimo da loro tre e da tutti i loro amici.

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