Le interviste

Alla scoperta degli scrittori di Puglia: Rino Negrogno

«Ho vinto il mio primo concorso di poesia all’età di dieci anni con una poesia sulla mamma, da allora non ho mai smesso»

Ruvo di Puglia mercoledì 14 marzo 2018
di Elena Albanese
Copertina de
Copertina de "Il miracolo", di Rino Negrogno © TraniLive.it

Dopo una breve pausa a febbraio, torna il viaggio alla scoperta dei talenti pugliesi della scrittura. Stavolta abbiamo rivolto le nostre domande a Rino Negrogno, che molti lettori del LiveNetwork.it conoscono per la rubrica Alveare su TraniLive.it, in cui affronta temi delicatissimi con grazia e sensibilità, sulla scorta di esperienze di vita vissuta.

Tranese, 50 anni il prossimo 7 luglio, da 14 è infermiere nel servizio emergenza urgenza del 118. A suo dire, fa lo scrittore «per passatempo. Ho vinto il mio primo concorso di poesia all’età di dieci anni con una poesia sulla mamma, da allora non ho mai smesso di scrivere. Ho pubblicato tre libri: “Controra”, che è una raccolta di poesie scelte tra quelle scritte tra il 1986 e il 2016, e due romanzi: “Interludio” e “Il miracolo”, che presenterò domenica 18 marzo alle 11 nella libreria Lunadisabbia in via Mario Pagano 193 a Trani».

Qual è la frase più bella che hai scritto?

Non l’ho ancora scritta, ma vorrei citarne una del mio nuovo romanzo: “Le separazioni possono essere definitive come quelle degli arditi o possono essere il risultato di una somma d’infinite separazioni, di scelte da codardi. Quali benefici potranno trarre i figli dei genitori coraggiosi che pongono fine a tutto? E quali, i figli delle separazioni a rate, che rosicchieranno radi giorni di bonaccia, guardandosi le spalle da un arcobaleno e un temporale minaccioso? Io sono figlio di una separazione a rate con la sensazione incrollabile del debito inestinto, una delle tante coppie che durano finché morte non li separi e che agli occhi serafici delle comari, gli sciagurati, accedono meritatamente al paradiso e l’aldilà, tutto sommato, sono loro stesse con i ventri gonfi di rosari, sedute sui balconi, con lo sguardo severo e le faretre traboccanti, avvezze a scovare ogni debolezza palesata incautamente.

E quella più bella che hai letto?

“Il grande ostacolo, per sfuggire al giudizio, non consiste forse nel fatto che siamo noi i primi a condannarci? Bisogna dunque cominciare coll’estendere la condanna a tutti, senza discriminazioni, al fine di stemperarla”. È una frase tratta da “La caduta” di Albert Camus.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

Il mio lavoro. Mi permette di incontrare tanta gente, tante storie, perlopiù storie di sofferenza e disperazione. Il 118 non interviene solo in caso di incidenti o di infarti ma anche in storie di povertà, di solitudine, di disperazione, di coppie che si stanno separando e si fanno la guerra spesso utilizzando i figli. Da queste storie nasce il mio nuovo libro.

Potendo scegliere, quale scrittore vorresti essere? E quale personaggio?

Albert Camus è il mio preferito. Il personaggio? Che Guevara.

Raccontaci brevemente l’opera di cui sei più orgoglioso.

L’ultima che ho scritto, “Il miracolo”, edito da Durango. È un racconto sulle separazioni e sui traumi che, se gestite in modo inadeguato, possono procurare nei figli, ma anche su quelle separazioni che non avvengono per mancanza di coraggio, quelle che nel mio romanzo chiamo “separazioni a rate”, più in generale, un racconto sulle debolezze dell’uomo.

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