Francesco Rubini (1817-1892)

La morfologia della città, le sue peculiarità, l’economia, la flora e la fauna.

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Una vita trascorsa con certezza a studiare tutto ciò che poteva riguardare quell’unità d’ Italia da farsi nel 1861 e a ridigere un “unicum”tra Italia e Italiani anche dopo l’impresa dei Mille quando a tutti parve che l’Italia fosse diventata libera e indipendente. Una indipendenza costata tanti dolori e tormenti dal 1793 al 1799, anno della costituzione della repubblica partenopea. Francesco Rubini spicca il primo piano tra i patrioti di Ruvo. Cospiratore, avvocato perspicace, caro a Mazzini e Garibaldi, fu uomo d’azione guidato dal motto “Fiero di sé e con sé, umano ed equo con gli altri”. La propria storia l’ha scritta lui come uomo che ha saputo superare ogni ostacolo con mirabile temerarietà. Il Rubini dopo gli studi compiuti presso i Padri Scolopi di Ruvo si trasferì a Napoli dove studiò legge, diventando uno stimato penalista, forte degli insegnamenti del suo maestro Luigi Zuppetta. Si scrisse alla vendita carbonara “Perfetta fedeltà” divenuta operosa anche dopo l’aprile 1921 quando Ferdinando I con un decreto, sciolse le società segrete. Quindi fece parte della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Con la sua oratoria seppe coinvolgere il popolo nelle cospirazioni; frequenti riunioni avvenivano nella chiesa della Madonna dell’isola dove il canonico Tommaso Milani vi mandava i fedeli, ma tutto questo non potè durare a lungo. Dopo il 1848 la polizia borbonica costrinse il Rubini a rifugiarsi a Corato. Prima ancora però, aveva convinto il sindaco di Ruvo ad inviare due imputati a quella dieta di Bari promossa dai liberari dove luttuosi fatti del maggio 1848 sfociati in una inspiegabile reazione della polizia. L’azione del Rubini fallì per l’apatia del sindaco e per oscure manovre delle autorità borboniche. Nel 1849 fu arrestato e processato con la strana accusa di predicatore abbenchè non prete e tradotto nelle carceri di Trani dove fu detenuto per quattordici mesi. Due anni dopo, la Gran Corte di Trani deliberò il legittimo stato di accusa del Rubini e di altri quindici mazziniani ordinando contro di essi un rito speciali. Scarcerati il 20 giugno 1851 fu sottoposto a vigilanza di polizia: un tormento che durò oltre 10 anni. Nonostante l’arresto, però, Francesco Rubini seguì le riunioni dei patrioti ruvesi che si svolgevano nel casale di Valle Noè o nelle masserie Ciccio Ficco e De Astis di Monserino. L’amico dei poveri, così come era definito, conosceva i loro bisogni e restrittezze. Deplorava l’analfabestismo affermando che avvicinava la tirannia. Poteva condurre una vita agiata ma preferì un’esistenza umile. Negli ultimi anni della sua vita fu “un grande solitario”rammaricato dal fatto che tutto non andava bene dopo l’unità d’Italia. Profondo religioso, vide nel Redentore una fonte di fede e speranza.

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