Museo Jatta

Chiese, strade e piazze storiche, monumenti, palazzi ed edifici storici, insediamenti rupestri.

a cura di La Redazione
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Il Museo Jatta è ospitato al piano terra dell’omonimo Palazzo, fatto costruire a partire dal 1842, per volontà di Giulia Viesti, con lo scopo precipuo di accogliere la collezione Jatta. Tale collezione andò formandosi dal 1820 al 1842 ad opera di due appasionati cultori ruvesi dell’antichità: i fratelli Giovanni e Giulio Jatta.

Fu successivamente arricchita e catalogata da Giovanni Jatta junior, figlio di Giulio e di Giulia Viesti: a lui infatti si deve la creazione di un voluminoso catalogo, ancora oggi importante punto di riferimento, pubblicato a Napoli nel 1869. La collezione, prima di essere ospitata nell’attuale museo, era divisa tra l’antica casa ruvese della famiglia e la residenza napoletana di Giovanni Jatta, pertanto la realizzazione del museo aveva lo scopo di dare sede unitaria al ricco patrimonio di documenti artistici che andavano emergendo nel clima di devastazione caratteristico degli scavi archeologici fra la fine del 700 e la prima metà dell’800.
L’attività di saccheggio delle antiche necropoli e la conseguente dispersione di patrimonio archeologico accentuò il fenomeno del collezionismo privato: le più facoltose famiglie locali per accrescere il prestigio dei propri  casati ed emulare comportamenti accreditati in quel periodo tra la nobiltà e la borghesia intellettuale del  Regno di Napoli, si dedicarono alla formazione di raccolte di antichità, altrimenti destinate ad alimentare il commercio antiquario e l’esportazione illegale.

La collezione è costituita prevalentemente da vasi e oggetti in terracotta, ad eccezione degli oggetti metallici collocati nella IV sala del museo. Tali reperti, non tutti provenienti da Ruvo, ma anche da Canosa, da Taranto e dalla Grecia, sono datati dal VII al IV sec. a.C. La loro collocazione all’interno del museo conserva ancora oggi la disposizione originaria voluta dal suo fondatore e basata sull’allora imperante criterio estetico: gli oggetti più belli e più importanti sono collocati su raffinate colonne di legno nella terza e quarta stanza, gli altri invece trovano posto nelle prime e due stanze.

Dopo vari tentativi di acquisto (il primo, quando, per volontà dello stesso Giovanni Jatta, stava per essere ceduta al re di Napoli), la collezione divenne patrimonio pubblico nel 1991, quando fu acquistata dal Ministero per i Beni Culturali e nel 1993 il museo fu aperto al pubblico.

DESCRIZIONE DELLE SALE

I STANZA
Nella I Stanza sono raccolte quelle che Giovanni Jatta junior nel suo Catalogo definisce “terrecotte”, ovvero oggetti fittili di varia epoca e natura, provenienti da scavi in zona o dal Salento o da Canosa, fra cui i tipici rhytà (vasi per bere). Si possono ammirare numerosi esemplari della ceramica geometrica daunia (VI sec. a.C.) e della ceramica canosina, askoi e del tipo listato; due crateri arcaici indigeni con decorazione figurata tratta da modelli greci e di ispirazione orientale; due oinochoai policrome della prima età ellenistica, le cui parti inferiori sono configurate a testa di Pan e a testa femminile.

Sotto la finestra vi è la ricomposizione di una tomba apula in tufo, che contiene reperti facenti parte del corredo funebre e risalenti ad epoca ellenistica.

Al centro della stanza c’è un grande contenitore di forma sferica chiamato “dolio”, che veniva usato per la conservazione dei liquidi (olio e vino).
Notevole interesse riveste il nucleo di terrecotte figurate con destinazione votiva, variamente databili tra il V e il III secolo a.C. come le statuine femminile di offerenti e la serie di tintinnabula,piccoli giocattoli con sonagli etto a forma di animali diversi che le genti apule usavano deporre nelle sepolture infantili
All’interno delle vetrine ci sono piatti, anfore, patere, corni potorii, antefisse, bruciaprofumi, statuette fittili e oggetti di coroplastica in genere. Di particolare interesse, nella settima vetrina, un idoletto egiziano dai geroglifici ben definiti, acquistato a Napoli da Giovanni Jatta senior, il quale ne ignorava la provenienza.

II STANZA
Con la II Stanza, che è la più grande del museo, ha inizio la sequenza delle celebri ceramiche a figure rosse: la maggior parte di esse costituisce un’alta testimonianza dell’arte apula e lucana, ma sono presenti anche pezzi d’importazione greca. Ai vertici della seriazione produttiva sono i vasi monumentali decorati con complesse raffigurazioni tratte da temi mitici e letterari. Espressione eloquente i tre esemplari posti al centro della stanza proprio per enfatizzare il loro rilievo artistico e rappresentativo.  Al centro della sala su una colonna è collocato il vaso più grande del museo: un cratere apulo a mascheroni, attribuito al cosiddetto Pittore di Baltimora (circa 320 a.C.), con la scena dell’uccisione dei Niobidi ad opera di Apollo e Artemide. Interessanti sono anche le due anfore apule del IV sec. a.C. che fiancheggiano il cratere, raffiguranti anch’esse scene tratte dalla mitologia greca. La destinazione funeraria di vasi di questo tipo è sancita in modo inequivocabile da un soggetto iconografico che si afferma dalla metà del IV secolo,quello dell’omaggio al monumento sepolcrale a forma di tempietto, a cui interno è raffigurato il defunto variamente connotato a seconda del sesso:armatura e cavalli alludono nel simbolismo funerario alle virtù eroiche proprie della condizione maschile, mentre ceste colme di lana o cofanetti con contenitori per cosmetici accompagnano le figure femminili per sottolineare il ruolo di spose e l’aspetto sacrale della bellezza.

Molti altri pezzi di straordinaria fattura trovano posto nelle vetrine: un cratere apulo a campana del IV sec. a.C. raffigurante un vecchio satiro che si riscalda presso un braciere; una pelike apula del IV sec. a.C., con scena di gineceo; un cratere apulo a figure rosse del IV sec. a.C. con rappresentazione fliacica; un’hydria a figure rosse del IV sec. a.C. col mito di Perseo di provenienza bitontina.

III STANZA
Fra i pezzi di pregio esposti nella III Stanza ricordiamo due grandi crateri apuli a volute, entrambi a figure rosse: uno, attribuito al Pittore di Licurgo.  e datato alla metà del IV sec. a.C., raffigura da un lato il Giardino delle Esperidi e dall’altro la scena di un sacrificio presso il tempio di Apollo Ismenio; il secondo cratere, attribuito al Pittore di Sisifo e risalente al V sec. a.C., raffigura da un lato il ratto delle Leucippidi e dall’altro una scena di Amazzonomachia. Di produzione attica è il cratere a volute del pittore Cadmo del V secolo a.C., sul quale è rievocato il mito del satiro Marsia, colpevole di aver  sfidato Apollo in una gara musicale e per questo atto di superbia fu squoiato vivo dopo la sconfitta.

Tra gli altri crateri esposti sulle colonne merita particolare menzione quello con la raffigurazione del mito di Fineo attribuito al Pittore di Amikos (V sec. a.C.) non solo per la sua raffinatezza, ma anche per la diatriba suscitata fra gli studiosi dalla presenza della sigla “H E”, posta sull’hydria raffigurata tra i personaggi, che per alcuni indicherebbe il luogo di provenienza del vaso (Heraclea), per altri il nome del proprietario dell’hydria raffigurata sul vaso (Heracle).

Meritano menzione anche i numerosi rhytà collocati in questa stanza, tutti diversi tra loro, che costituivano il vanto di Giovanni Jatta senior.

Qui è anche il busto marmoreo di Giovanni Jatta junior, al quale si deve la sistemazione e l’incremento della raccolta.

IV STANZA
La IV Stanza espone, insieme al busto di Giovanni Jatta senior, iniziatore della raccolta, i vasi ritenuti più belli e importanti dal nipote Giovanni junior.

Capolavoro dell’intera collezione è un cratere attico a figure rosse, che dà nome al Pittore di Talos e risale alla fine del V sec. a.C. Tema della figurazione è l’impresa degli Argonauti alla conquista del vello d’oro e la vittoria di Castore e Polluce sul gigante di bronzo Talos, custode dell’isola di Creta, che viene ucciso grazie ad un incantesimo di Medea. Lo schema presente nella raffigurazione deriva dai dipinti di Polignoto e Micone nel santuario dei Dioscuri ad Atene (465 a.C.), che avrebbero ispirato anche la plastica di Prassitele: la morte di Talos costituisce infatti un precedente indiscutibile del Satiro di Mazara del Vallo attribuito a Prassitele (340 a.C. circa).

Importanti sono anche, nel primo scaffale, i vasi attici di età classica come la lekythos a figure rosse attribuita al Pittore di Meidias (ultimi decenni del V secolo a.C.) e la kylix con la figura graffita di un satiro e intorno la dedica ad Alcibiade. Sempre in questo scaffale sono collocati piccoli rhyta configurati a teste di scimmia, di negro, di vecchio; un vaso a forma di piede con calzare; kantaroi apuli bifacciali e tanti altri oggetti.

Nel secondo scaffale sono conservati vasi attici a figure nere, vasi di ceramica arcaica corinzia, una grande phiale apula del IV sec. a.C. con la raffigurazione di un passo delle Baccanti di Euripide (Agave, aiutata da tre menadi, si accinge a sbranare il figlio Penteo).

La quarta stanza è infine arricchita da una vetrinetta ricavata nel vano porta attraverso il quale un tempo si accedeva alla quinta stanza: gli oggetti che erano esposti nell’ultimo vano son

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