Ultimo appuntamento per la rassegna "Evoluzioni libri"

Un ″Punto e a capo″ per ricominciare a vivere

Presenti anche le referenti del centro anti violenza di Ruvo che hanno spiegato i meccanismi da cui scaturisce la problematica

Cultura
Ruvo di Puglia giovedì 29 settembre 2016
di Francesca Elicio
Presentazione del libro
Presentazione del libro "Punto e a capo" © RuvoLive

Un uomo. Una donna. Tanti stereotipi. Tante parole non dette, tante urla represse, tante voci che gridano disperatamente aiuto. E' la voce della violenza di genere. Un argomento che ormai è masticato quasi come pane, ma che in realtà non è ancora conosciuto da molti. Chi sa definire bene il limite tra violenza e non? Quel filo così impercettibile che spesso appare così poco importante, così troppo sopravvalutato. Quel filo che però segna l'inizio della fine.

Patrizia Rossini con il suo "Punto e a capo - in nome dell'amore" ha sentito il dovere sociale di raccontare una storia di violenza, di una sofferenza, che nasce dall'ambito familiare. Nina vive già questo trauma dato da una madre non curante, totalmente anaffettiva e un padre violento, che opera possesso su di lei. La storia di Nina è raccontata in terza persona, da tutte le persone che le sono state intorno durante gli anni difficili ma che l'hanno fatta sentire sola ugualmente. E' l'indifferenza quella che pesa ed è proprio questo libro che accende le spie rosse: Nina viene a capo di tutto, ma sola. Se ci fosse stato qualcuno, avrebbe sofferto meno. Ma non per tutte c'è un finale amaro: e questo lo si è espressamente annunciato all'inizio dell'incontro, nel quale sono stati riservati dei posti per tutte quelle donne che ce l'hanno fatta.

Proprio l'autrice ama descrivere la storia con una sorta di metafora: «Nina sembra esser stata messa sull'ultimo vagone di un treno; si lascia trasportare fino a quando non decide di salire da sola sul vagone, dove è lei adesso a scegliere. Lascia finalmente andare via il dolore quando prende in mano la situazione».

E chi se non l'assessore alle Politiche sociali Monica Montaruli poteva introdurre la serata, in un modo così attento e meticoloso degno di chi conoscere l'argomento purtroppo fin troppo bene, visti i casi succedutisi negli ultimi tempi. 

La forza di questa solitudine è vissuta dalla protagonista che, come tutte le vittime di violenza, porta dentro sè un cadavere che riesce a tirar fuori dopo 38 anni. In un contesto dove non è più importante la violenza fisica, ma quella verbale, la mancanza di affetto. Ed è in questo ambito che Nina riconosce quella che è la resilienza, la capacità di rinascere guardando la propria prospettiva e continuando a vivere in un certo modo. 

«C'è molto bisogno di lavorare a scuola» - continua Patrizia Rossini. «Sin da piccoli viene a instaurarsi questa condizione che porta gli uomini e le donne a vivere in una situazione di distinzione di genere. Bisogna parlare e soprattutto condividere le situazioni, perchè esse ci appaiono sempre distanti tra loro ma in realtà hanno sempre molti punti in comune. Per aiutare bisogna esser sensibili e avere la forza adatta: tutto ciò comporta responsabilità che spesso gli educatori non vogliono prendersi». 

Nina, un carattere estroverso e vitale, che parlava anche quando non doveva parlare. Non doveva parlare con un padre che non capiva il confine tra amore e violenza ed è per questo che il libro ha una duplice lettura: punto e a capo per ricominciare a soffrire e vivere la stessa situazione di stallo o punto e a capo per una vita nuova. 

Anche la presenza delle referenti del centro antiviolenza ha voluto dare rilievo alla tematica: «Questo è un tema che riguarda tutti perchè si sviluppa attraverso stereotipi. Elaboriamo, riflettiamo su ciò che abbiamo ascoltato. Si è sempre parlato di violenza senza dare alcuna speranza; adesso invece ci sono cambiamenti in atto. In molti si chiedono cosa sia la spirale di violenza: se ne parla per sottolineare un ciclo che si reitera nel tempo. Le violenze non sono subito molto evidenti: c'è un primo segnale su cui si passa oltre; il limite di tensione aumenta fino a quando la violenza non esplode. Solitamente l'autore chiede subito scusa e si attiva un meccanismo di falsa riappacificazione; in questo modo l'autore sa di avere la vittima in pugno. Col tempo il ciclo si ripete e il momento diventa più intenso e più frequente, così che le vittime non sanno definire il momento in cui la violenza è iniziata. La complessità della vicenda aumenta poi quando di mezzo ci sono i minori». 

Un inno alla tutela dei diritti alla vita, che sembra aver colpito le persone presenti e si spera possa far scaturire un regime di intolleranza alla violenza di ogni genere.

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