Una vera e propria storia fantasma tenuta in un cassetto per 21 anni

Il Vaso del Talos a pezzi e la verità in frantumi

«Si reca di persona nell’ultima sala, quella del Talos, e si mette le mani nei capelli. Il vaso, proprio il vaso di Talos, è lì in mille pezzi, e tutto intorno il caos».

Attualità
Ruvo di Puglia domenica 08 dicembre 2013
di Mario Albrizio*
Talos
Talos © n.c.

La solita storia. Un cittadino mi chiama. Ha qualcosa da dire. In una Città dove quasi nessuno ha orecchie. Appuntamento. Incontro.

A volte la denuncia è circostanziata e documentata: come nel caso della Scuola Media Cotugno, dove grazie alla nostra ri-presa della denuncia il problema pare sia sul punto di essere risolto.

Altre volte il fatto narrato è magari interessante ma privo di base giuridica e documentale, prima ancora che “giornalistica”. In tal caso, magari a malincuore, si lascia inevitabilmente cadere la cosa.

L’incontro di oggi è stato del terzo tipo. Molti potenziali testimoni defunti, ma anche qualche pista che, seguita con un po’ di fiuto, può portare a risultati. Almeno ci proviamo.

Quella che mi raccontano stamattina è una storia sconvolgente. Al limite dell’incredibile. Una storia che tra l'altro andava a risvegliare vecchi dubbi ormai quasi sopiti.

Infatti, quando qualche anno fa ho rivisto il vaso di Talos, ho ovviamente notato le vistose cicatrici.  E mi sono chiesto: “ma non era tutto intero?”

Tuttavia l’avevo visto così tanto tempo prima, che mi è sembrato più logico attribuire la “differenza” a un difetto di memoria.

Invece no. Ricordavo benissimo. La foto qui sopra lo dimostra. E il vaso “restaurato” è proprio quello più malridotto.

Disporre i pezzi

Ma andiamo con ordine, e disponiamo convenientemente i pezzi sulla scacchiera.

1. Lo scenario: palazzo Jatta. Obiettivo: il Museo Nazionale. Lo Stato ha acquistato la collezione Jatta nel 1991 e sta preparando l’apertura al pubblico del Museo, che avverrà effettivamente nel 1993.

2. l’anno: 1992. Per l’Italia, l’anno terribile delle stragi Falcone e Borsellino e della così detta trattativa Stato-mafia.  Per questa città, l’anno terribile dello stupro del Liceo Linguistico, preludio allo stupro dell’intera città, che oggi arriva a compimento. L’anno di Attila.

Anche per l’ovattato palazzo Jatta, a quanto pare, un anno orribile.

3. il fatto: la rottura del celeberrimo vaso di Talos per caduta accidentale.

4. il super-fatto: l’aver tenuto la cosa sotto silenzio per tutto questo tempo.

Chiaro di cosa stiamo parlando? Di qualcosa che va persino oltre la fiction, oltre il delirio di qualunque sceneggiatore hollywoodiano.

Un vero e proprio giallo coi controfiocchi. Con più di vent’anni di distanza dal fatto, molti dei testimoni morti (s’intende, di morte naturale), e il più incredibile silenziotessuto e imposto – in una città in cui si conoscono tutti gli spifferi e i cigolii delle porte -  a una storia che, se fosse vera, sarebbe uno scandalo nazionale. Di più: mondiale.

Una storia sepolta che chiede ora di venire alla luce. Proprio come il vaso di Talos.

Scusa ma perché la racconti solo ora? chiedo al mio interlocutore.

“Beh, come dire? prima non c’era l’humus…”

Siamo noi, l’humus. Noi tutti. La società cambiata, risvegliata, non più disposta a tacere e subire. Prendiamolo come un complimento.

La scopa

La storia pare comunque troppo enorme e rimango alquanto incredulo. Ma l’amico è lì per raccontarla.

Una mattina del ‘92. Si sta allestendo il Museo Jatta per l’esordio come “Nazionale”. Una squadra inviata dalla soprintendenza è al lavoro. Forse addirittura lo stesso sovrintendente è con loro. Ma su questo la mia fonte non è sicura. Di sicuro, Andreassi, il sovrintendente di allora, ha inviato la squadra per la normale routine di preparazione, catalogazione ecc…

A un certo punto, un boato. L’aria ovattata che esplode. Dopo qualche attimo, un viso trafelato si affaccia al cortile e chiede al custode, il signor C., “una scopa”.

Ma il signor C. sa bene che quando i signori chiedono una scopa, vogliono anche chi la usi. Così si reca di persona nell’ultima sala, quella del Talos, e si mette le mani nei capelli.

Il vaso, proprio il vaso di Talos, è lì in mille pezzi, e tutto intorno il caos.

La storia fantasma

Bene, dico. (Cioè male, malissimo: ma lasciamo stare). La storia c’è. Il pezzo è fatto. Il signor C. potrebbe raccontarci di nuovo dal vivo com’è andata?

Non può. È deceduto. Così come Andreassi.

Andiamo bene, mi dico. Lo scoop del secolo poggia sulle parole di un uomo che non era

presente e sulla testimonianza di un defunto.

Una vera e propria storia fantasma tenuta in un cassetto per 21 anni.

Ce n’è abbastanza per lasciar cadere la cosa, pur ripromettendosi reciprocamente di approfondire o di cercare altri possibili testimoni. Un pro forma o poco più.

Torno alla base e comincio senza troppa fiducia a cercare riscontri. Neanche il tempo di solleticare internet ed ecco il primo dato singolare. Un numero. 1993. Segnatevelo.

Il boato

Il ‘93 è stato un altro anno cruciale e drammatico.

Per il Paese è ancora l’anno di Mani Pulite, come il ‘92. Un’intera classe politica fatta fuori da inchieste giudiziarie. Ed è l’anno degli attentati e delle stragi di Roma, Firenze, Milano. Della trattativa Stato-mafia. Dell’arresto di Riina, il così detto capo della mafia.

Per Ruvo di Puglia è l’anno in cui Attila-Paparella completa lo stupro del Liceo Linguistico: il tragico preludio allo stupro della Città, che oggi come s’è detto arriva a compimento e dispiega compiutamente i suoi effetti con il dissesto finanziario, dopo il default civile, sociale e lavorativo. Uno stupro iniziato proprio nel ‘93, con l’approvazione rocambolesca del nuovo Piano regolatore: votato da un terzo dei consiglieri, un altro terzo contrario, e il terzo terzo assente dall’aula per conflitti di interesse, tra cui il Sindaco, sempre lui. Ne riparleremo.

Un anno memorabile anche per palazzo Jatta. Si inaugura infatti il Museo nazionale. E… si restaura il vaso di Talos.

Perché il restauro c’è stato eccome. Ne parla anche il Catalogo del Museo Jatta, alle pagine 38 e 39. E il Ministero dei beni Culturali (nientemeno) ne da anche una motivazione dottamente accademica: che brutti quei restauri fatti a inizio ‘900; quelle pitture aggiunte a completamento. Meglio scrostarle e riportare il Vaso alla sua purezza originaria.

In un attimo, il quadro appare chiaro. Si deve aprire il Museo nazionale. Si festeggia per così dire riportando il vaso per antonomasia allo stato originario. Si cominciano i lavori. Il custode del palazzo Jatta viene chiamato con la scopa a dare una sistemata in una fase del lavoro. Povero cristo, brava persona ma ignorante, confonde le cose e pensa che il vaso sia andato in mille pezzi. Da qui, la leggenda, tenuta nascosta forse proprio a causa della sua precarietà.

Fine della storia. Fine dello scoop. Tempo perso e niente più.

Quasi quasi, starei per rinunciare. Se non fosse per un certo non so che – chiamiamolo intuito, o magari solo allenamento alla ricerca della verità. E per quel dettaglio così difforme, strano, fuori posto. Il boato.

Un brav’uomo del popolo può anche ricamarci su, aggiungere dettagli a una storia, gonfiare, esagerare. Ma NON la inventa mai da principio. Specie se si tratta di cose “culturali”, che rispetta ma di cui non si innamora, percependole come lontane dalla quotidianità.

Quel boato echeggia per un bel po’ anche nella mia mente e alla fine scatta qualcosa. Lui. Il numero. 1993.

Come mai l’anno del restauro coincide con l’anno dell’apertura del Museo Nazionale? Un caso? O c’è un motivo?

Ha senso organizzare una “festa” dove manca il festeggiato? Un ballo dei diciott’anni dove manca la diciottenne? L’ipotesi mi balena ma non si riesce a trovare un punto d’appoggio serio. Documentale. Tutte le fonti che consulto, cartacee e digitali, riportano la data generica, il ‘93. Non mese, né giorno. Né è possibile trovare foto del Vaso PRIMA del restauro di inizio ‘900, per capire in che stato fosse al tempo del ritrovamento (precedente al 1837, dicono le fonti bibliografiche, ma presumibilmente non prima del 1834).

Il restauro del ‘93 si è limitato, come dichiarato, a togliere la pittura in eccesso; oppure ha nascosto e riparato alla meglio un “inguacchio”, un incidente grave occorso (l'anno precedente?) e tenuto volutamente nascosto? Impossibile rispondere con certezza senza avere foto del vaso o accurate descrizioni PRIMA del restauro di inizio ‘900.

E il vaso era presente o meno all’inaugurazione? Impossibile rispondere per assoluta carenza dell’informazione nelle centinaia di documenti consultati. D’altra parte, stiamo pur sempre parlando di un’era pre-digitale. Una specie di preistoria dell’informazione, dove essere generici o anche occultare era tanto più facile.

Insomma non ci si vede chiaro. Solo la normale cortina fumogena del tempo, dell’oblio. O c’è dell’altro?

Il vaso che viene fatto bello per il ballo o il ballo che viene fatto monco senza vaso? Impossibile al momento trovare conferme nell’uno o nell’altro senso. Lo lasciamo come invito al Lettore, casomai possa aiutarci a rispondere. O agli studiosi, o alle autorità preposte, agli eventuali testimoni. Facciamo della verità una scoperta collettiva.

Ma il dubbio rimane ed è sempre più intollerabile. Fu restauro o maquillage? Fu boato o fantasia? Stiamo portando alla luce un pezzo di verità o si perde tempo e basta?

Allora mi attacco al telefono e richiamo la mia fonte: bisogna rivedersi, chiarire, specificare, approfondire.

Poi mando decine di messaggi e mail a tutti quelli che conosco e che, per qualche motivo, potrebbero sapere qualcosa o essere nelle condizioni di procurarsi le dovute informazioni.

L’impresa è disperata. Ma provo ugualmente a tessere delle reti per catturare la sempre sfuggente verità. Invio una piccola flotta di messaggi in bottiglia con la vaga, flebile, quasi inesistente ma mai doma speranza che possano attraversare un oceano di oblio lungo 21 anni e sortire un effetto salvifico.

Il mistero del Talos. Svelato.

Due giorni dopo. Un guizzo nero dalle spalle alla mia sinistra, strada a senso unico, vicinissimo, tra me e il marciapiedi verso cui sto accostando per parcheggiare. Ci manca poco ma l'auto poi si ferma e ne esce... la mia fonte.

"Eh, ti inseguo come se fossi una bella donna", dice per rompere il ghiaccio. Tiro un sospiro. Doveva toccarmi pure una fonte spiritosa...;)

Superati i convenevoli, eccolo a rispondere alle mie domande e raccontare di nuovo la storia. Uguale. Identica. Per filo e per segno. Nessuna contraddizione. E qualche dettaglio in più.

Per esempio il signor C., il custode, che racconta la storia in famiglia. Ma evidentemente raccomanda il silenzio, come gli hanno ordinato. Al punto che, a tutt’oggi, la mia fonte dubita che i figli possano aver voglia di parlarne pubblicamente. Chissà, ipotizza, “magari con un microfono nascosto…”.

Figuriamoci. I microfoni nascosti non sono nel nostro stile. Crediamo solo a ciò che è aperto, chiaro e trasparente.

Per esempio la costernazione della famiglia Jatta, che "aveva custodito per 250 anni un tale patrimonio per vederselo rovinare così, in un attimo, in quel modo".

E per dare la misura della costernazione e dello sconvolgimento della famiglia, aggiunge che se fosse stato vivo "don *** Jatta”, probabilmente gli autori del misfatto ne sarebbero usciti (uso un eufemismo) molto malconci.

La mia fonte infatti si dice intima della famiglia Jatta, e per darmene prova mi racconta diverse storie che qui non interessano al Lettore, ma che unite al "don" con cui chiama i capostipiti Jatta che ha conosciuto, conferiscono al racconto un certo spessore vissuto.

Un classico

Io mi ero già convinto. La sua convinzione rafforza la mia. Ma manca sempre il punto fermo. La prova regina. Vent'anni sono tanti, le tracce sbiadiscono, i testimoni passano a miglior vita (speriamo...).

Rientrato, controllo di nuovo i messaggi. In questi giorni qualcuno ha risposto. Tutti negativi. Buio. Come nella camera funebre in cui il Talos ha dimorato per più di due millenni.

Ma c'è una nuova mail. Ed è del personaggio più importante, per la nostra storia. Uno che, se qualcosa è successa a palazzo Jatta, sicuramente lui lo sa.

Purtroppo però la preview, l'anteprima che mi porge il programma di posta, il primo rigo, è scoraggiante: "Caro Mario, mi dispiace...".

Allora non c'è proprio niente da fare. Come un cercatore di tesori sepolti, ho sentito più volte lo scandaglio restituire il rimbombo del vuoto, del cavo, del nascosto. So che qui sotto c'è qualcosa, ma a quanto pare è impossibile arrivarci: trasformare la convinzione personale in qualcosa che si possa comunicare agli altri.

Che disdetta. Tutto crolla a un passo dalla soluzione. Un classico…

Se reato ci fu

Ripercorro mentalmente il caso.

A distanza di 21 anni, il fatto, se è accaduto, non ha più alcuna rilevanza giuridica, men che mai penale. Molti protagonisti non ci sono più. Se reato ci fu, è estinto da un pezzo.

Diverso il caso delle responsabilità politiche, se risultasse che l’Amministrazione comunale sia stata informata e abbia coperto la vicenda. Ma al momento nulla ci risulta in tal senso.

Ovvia la censura, se il fatto fosse vero, sia per lo sperpero di denaro pubblico relativo al restauro, sia soprattutto per il silenzio imposto con totale noncuranza dei sacri diritti di informazione dell’opinione pubblica; e peraltro con tale inusitata efficienza che non se ne è mai saputo nulla, e tutt’ora è difficilissimo o impossibile (a noi non è riuscito) trovare notizie chiare neanche sulla sempre ciarliera internet.

La famiglia Jatta ferita in un pezzo di storia che sentiva sua. Una “storia” andata in frantumi non appena la famiglia ne aveva ceduto il controllo. Quasi un segnale dall’aldilà, del genere che in tale famiglia, fortemente attaccata alla sua storia e agli antenati, deve aver pesato molto.

E la Città, ferita e privata della verità su di un pezzo che testimonia la grandezza del suo passato e che è ormai entrato a far parte integrante della sua identità nazionale e internazionale.

Appunto. Se il fatto fosse vero. Io ne sono convinto. Come la mia fonte e tanti altri che si intravedono nel suo racconto. Ma a che serve, se poi non si può dire?

Bingo

Non c’è altro da fare che aprire la mail di cui avevo letto solo l’anteprima. “Caro Mario, mi dispiace, ma anche a distanza di tanti anni quell’episodio è ancora fonte di sofferenza, e perciò scusami ma non voglio parlarne.”

Bingo. È proprio lei. La prova regina. Perché l’amico lontano non mi dice: “ma che razza di storia ti hanno raccontato?”. Mi conferma invece che il fatto c’è stato. Che ha causato scompiglio e sofferenza. E ne causa ancora. Un fatto ancora vivo: proprio come tutto ciò che ci arriva dal passato.

Una storia giuridicamente ormai morta. Una colpa senza più colpevoli o al massimo con dei prescritti.

Ma una storia viva più che mai nel suo significato culturale, storico e non secondariamente politico latu sensu. Nel senso generale del termine.

Una verità negata che ancora pesa. Una ferita nel diritto di tutti alla conoscenza, che sanguina fino ad oggi.

Un’antica famiglia e una intera Città violentate nel loro diritto a sapere e far sapere la verità, a gridare il proprio dolore e a pretendere chiarezza e giustizia.

Mentre si fanno festival, eventi, happening, viaggi all’estero del vaso residuo e persino si intitolano ad esso delle attività commerciali, il Talos, purtroppo, NON è più quello di una volta.

E la cosa più incredibile, è che nessuno lo sa.

Lo scandalo e la verità

Uno scandalo nazionale. Anzi, mondiale. L’ennesimo oltraggio che il prezioso manufatto ha dovuto sopportare e vincere (in qualche modo) nei suoi 25 secoli di storia, e ne suoi quasi 200 anni di vita riemersa alla luce.

Un cammino così lungo e glorioso che nessuna scopa può cancellare né sminuire. Anzi, un vaso reso a suo modo persino più eroico, più valoroso, per la capacità di resistere a un fato così avverso, alla congiura di tanti eventi contrari, di tante incapacità e di tante malizie incrociate.

Resta che la coscienza più profonda; l’identità più antica; l’anima stessa della Città è stata ferita.

E non c’è modo di guarirla, se non con la Verità.

Ricomponendo nella sua interezza, almeno virtualmente, il Vaso che un’incredibile negligenza ha semidistrutto. Che una strategia colpevole ha occultato e nascosto fino ad oggi.

Questa identità, oggi, dobbiamo ricostruirla pezzo per pezzo. Insieme. Perché ricostruire la Verità è altrettanto importante che ricostruire il Vaso. Sono, in fondo, la stessa cosa.

Noi abbiamo aperto la strada. Riportato alla luce il vero vaso sommerso. Ricostruito la Verità in frantumi. Ora, chi sa si faccia avanti.

*www.cittalibera.it

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commenti
I commenti degli utenti
  • Luigi Franchi ha scritto il 11 dicembre 2013 alle 08:53 :

    “…chi sa si faccia avanti”. E, di grazia, ci spieghi come mai tanti reperti ru.ve.sis.si.mi siano finiti a Napoli e Taranto e mille altre destinazioni ignote. ▪In tempi ormai andati, l’avv. Francesco Ruta si battè e riuscì ad impedire che la raccolta Jatta finisse in blocco a Bari. Oggi, chi s’opporrà al -solo appena sussurrato- trasferimento di reperti, nientepopodimenoche a Bitonto? Tutti tacciono, ignorano, fanno spallucce; che la solita gatta ci covi? Fatto tanto di cappello al vasissimo, proviamo a difendere e tutelare adeguatamente quanto ci rimane delle nostre radici, cominciando da quelle dei …pini di p.za Dante. Altro che sagrette e gazebi ed altemurge e manifestazzzioni pseudoculturali gabbapopolino! Rispondi a Luigi Franchi

  • mimmo fiore ha scritto il 10 dicembre 2013 alle 14:35 :

    mi scusi il sig.caronte ,mi sono accorto di aver saltato la T non si sarà offeso ! anche perchè io mi firmo con nome e ,cognome e non ho bisogno della calcolatrice per fare i conti.forse il livello culturale della nuova generazione è ancora acerba.sapete solo criticare, io .. dimenticavo ho la licenza di 5 elementare e mene vanto non mi faccio prendere per i fondelli da certe publicazioni ......! un bravo a michele guastamachia commento n. 7 per me il caso è archiviato. Rispondi a mimmo fiore

  • mimmo fiore ha scritto il 10 dicembre 2013 alle 09:54 :

    mi fa piacere il commento del sig. amenduni(6) voglio fare capire al sig. CARONE, nessun dubbio sul valore artistico-culturale storico,voglio mettere in risaldo un altro aspetto:ai tempo del fatto(tutti sapevano)il dott. albrizio aveva il fratello francesco albrizio consigliero comunale,rappresentava il psdi......ma molto vicino al sindaco PAPARELLA come non poteva sapere?mi domando, perchè non ha parlato all’ora.....?dopo oltre 20 anni giochiamo a tre kcuzz.e stat u fess du patrun....!N.B.promesse non mantenute?adesso commentate. Rispondi a mimmo fiore

  • Caronte // ha scritto il 09 dicembre 2013 alle 10:23 :

    il post n°1 di fiore è l’emblema della città e dei tempi. Non ha capito che il vaso e stato custodito e preservato per secoli dalla famiglia Jatta. Che solo degli idioti estranei incapaci che gestiscono la cosa pubblica non lo hanno tutelato adeguatamente ed eventualmente far punire i responsabili del misfatto.Caro Albrizio si faccia promotore di una iniziativa popolare-cittadina atta ad informare subito la magistratura competente. Rispondi a Caronte //

  • Vincenzo De Sario ha scritto il 09 dicembre 2013 alle 08:30 :

    ....ora fate un banchetto per le firme, popolo ignorante! Rispondi a Vincenzo De Sario

  • michele guastamacchia ha scritto il 08 dicembre 2013 alle 22:43 :

    dopo aver letto i primi 1400 righi mi è andata in mille pezzi la voglia di continuare a leggere........avete scritto un libro. ecchecosa per non dire altro!! Rispondi a michele guastamacchia

  • Francesco Amenduni ha scritto il 08 dicembre 2013 alle 22:42 :

    Ma che il vaso di Talos fosse andato distrutto e che sia stato "restaurato" lo sanno anche i sassi sulla Murgia...mi sa che l’unico a non saperlo sia l’autore dello "scoop" Rispondi a Francesco Amenduni

  • IO LO SO l’osso ha scritto il 08 dicembre 2013 alle 15:09 :

    Bellissima tranma per poterci fare un film, sicuramente di successo! Complimenti! Rispondi a IO LO SO l’osso

  • Marco Fracchiolla ha scritto il 08 dicembre 2013 alle 14:34 :

    La storia e la città che la ospita và solennemente risarcita. Ai signori dalle menti eccelse, che hanno svenduto, non solo la storia, ma anche la dignità antica e gloriosa di Ruvo di Puglia, chiediamo lumi. Lo stato, che ne è il principale resposabile, restituisca a Ruvo di Puglia, ciò che fino ad ora le ha sottratto, con tanto di penali ed interessi di mora, sottoforma di servizi, cultura, dignità di città e relative infrastrutture, degne di un esempio per tutti, anche per chi, usurpandole tutto ciò che fosse possibile, e per chi con infamia ed ignominia tenta tuttora di sopravvivere dai soprusi e dagli abusi perpetrati a danno di Ruvo e dei suoi cittadini. Vergogna! Sebbene ora abito a Corato, non sopporto vedere Ruvo soffrire per le profonde ferite che le hanno impresso. Risarcitela! Rispondi a Marco Fracchiolla

  • Luigi Franchi ha scritto il 08 dicembre 2013 alle 10:30 :

    “…chi sa si faccia avanti”; anche se anonimo? L’anonimo che scrive ebbe subito notizia del fattaccio da fonte attendibilissima; se ne fu informato lui, perché non anche altri uomini della strada? Gli fu addirittura riferito che, il vaso poi rimesso in mostra, era solo la perfetta clonazione dell’originale. Campanilucci e saccenterie permettendo, Ruvo non è l’habitat ideale per vasi di Thalos, cattedrali romanico pugliesi ed altre vestigia. Rispondi a Luigi Franchi

  • CARONTE passarella ha scritto il 08 dicembre 2013 alle 09:54 :

    Un popolo che è intriso totalmente nell’ignavia e nella decadenza completa doveva farsi fare una cosa così grave da inetti ed incapaci. E’ lo specchio dei tempi e nessuno ne parla. Rispondi a CARONTE passarella

  • mimmo fiore ha scritto il 08 dicembre 2013 alle 09:33 :

    ma chi sene frega chi ha rotto il vaso.......!se la famiglia del defunto non parla,significa che il colpevole e lui.ci vuole tanto a capire? Rispondi a mimmo fiore