Il racconto

Il consigliere comunale Antonio Mazzone a Riace per Mimmo Lucano: «Non deve arrendersi»

​«Avvertivo da tempo e adesso più che mai la necessità di respirare l’Italia che si batte per la pace, contro violenza e indifferenza, quella pace che non può prescindere dall’accoglienza del diverso»

Attualità
Ruvo di Puglia martedì 09 ottobre 2018
di Elena Albanese
Antonio Mazzone insieme al consigliere terlizzese Giuseppe Volpe
Antonio Mazzone insieme al consigliere terlizzese Giuseppe Volpe © Antonio Mazzone

Domenico Lucano, il sindaco di Riace, il sindaco dell’accoglienza, l’uomo che “Fortune” aveva inserito nell’elenco dei più influenti al mondo, è stato arrestato il 2 ottobre scorso con l'accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative della zona. Da quel giorno si trova ai domiciliari.

La notizia ha generato profondo sconcerto nei tanti che vedevano in lui un modello da seguire, e nel suo paese un ideale calato nel reale, l’esempio in carne e ossa che l’integrazione è possibile. Ne è rimasto «enormemente impressionato» anche il nostro, di primo cittadino, seppur si sia affrettato a precisare che «se errori ci sono stati è bene che vengano fuori».

Dall’altra parte della barricata ci sono invece coloro per i quali la vicenda ha dimostrato come l’immigrazione in Italia sia un business molto poco trasparente, un motivo ulteriore per appoggiare la politica di chiusura in tal senso del ministro degli Interni leghista Matteo Salvini.

A dire il loro No a questa visione delle cose e a esprimere tutta la propria solidarietà a Lucano ci hanno pensato le circa 5mila persone che sabato scorso hanno manifestato nella cittadina calabrese per ribadire che “Riace non si arresta”. Sono arrivati con una sessantina di pullman provenienti da tutta la Penisola, anche dalla Puglia: Taranto, Lecce, Bari e provincia. Fra i partecipanti c’era il consigliere comunale di Sinistra ruvese Antonio Mazzone, che il “modello Riace” l’aveva già toccato con mano. «C’ero già stato l’anno scorso in estate – ci racconta - e, sebbene fossi rimasto pochi giorni, avevo percepito da subito qualcosa di straordinario: i profughi vivevano dignitosamente, la presenza di molti bambini faceva immaginare la prospettiva di futuro di un paese altrimenti destinato a scomparire. Ricordo benissimo che i proprietari di appartamenti si stavano dando da fare a rimettere in sesto vecchie case per ospitare turisti, registi, gente da tutta Italia e non solo. Nessuno era straniero. E tutto questo l’aveva creato la politica di Mimmo Lucano, sindaco eletto dai riacesi (non dai rifugiati, ai quali il voto non è consentito) per ben tre volte».

«Uno così non poteva aver fatto qualcosa di così grave da privarlo della libertà», ha pensato Mazzone appena saputo dell’arresto, non senza una certa dose di «incazzatura».

Ed essere lì a far sentire a quell’uomo la vicinanza di chi crede nella sua innocenza era quasi un dovere morale. «Quest’anno avevo deciso di partecipare alla marcia Perugia-Assisi, avvertivo da tempo e adesso più che mai la necessità di respirare l’Italia che si batte per la pace, contro la violenza e l’indifferenza, quella pace che non può prescindere dall’accoglienza del diverso, del disagiato. Troppi i messaggi violenti, sdoganati anche da certa politica persino istituzionale, che minano quotidianamente la pace sociale strumentalizzando le oggettive difficoltà di un popolo come il nostro, storicamente accogliente ma deluso e arrabbiato. Avevo necessità di ricaricare le batterie con sguardi di speranza. Poi l’arresto di Mimmo Lucano e, complice anche qualche difficoltà logistica per Perugia, sono stato travolto dal tamtam messo in piedi in poche ore da attivisti di Terlizzi, Molfetta e Corato che avevano deciso di mettersi in marcia. Era lì a Riace che dovevo andare. Bisogna essere in tanti, mi sono detto, c’è bisogno di dare un segno forte al di là della vicenda giudiziaria che dovrà fare il suo corso, sebbene già depotenziata rispetto alle prime ipotesi di reato».

Sveglia all’alba, dunque, e via. «Sono partito da Ruvo che non erano nemmeno le 5 del mattino di sabato con Vincenzo, uno straordinario uomo di passione del collettivo di Sinistra ruvese, e con Antonio, Valentina, Michele, Carmen. Sentivo con noi anche altri che avrebbero voluto partecipare ma non hanno potuto. Il nostro pullman è partito da Corato con a bordo un gruppo di giovani attivisti guidati da Rosalba e Felice, è passato da Ruvo prima di raggiungere Terlizzi per caricare un altro nutrito gruppo e completare poi i posti a Molfetta. Il collega consigliere di Terlizzi Giuseppe Volpe in prima fila, custode di tutto il gruppo».

E le spese? «Ci siamo autotassati, abbiamo diviso il costo di noleggio del pullman, e proprio per questo mi ha colpito molto la partecipazione dei più giovani, verosimilmente i più squattrinati, che hanno deciso di investire nell’entusiasmo civico».

All’arrivo, dopo ben sette ore di viaggio, «erano circa le 12 e ci ha accolti il sole». La città che si mostra agli occhi dei manifestanti è silenziosa e tranquilla. «Il clima era di perfetta serenità, noi forestieri in attesa di rivendicare la bontà di quello stesso modello di integrazione che invece loro già esibivano con una straordinaria naturalezza. Raggiunto il centro del paese non ho visto altro che normalità: famiglie di colore e miste a passeggio con i bambini, cittadini riacesi in piazza, al bar, le vecchiette sulle finestre, donne africane vestite coloratissime chiacchierare sull’uscio delle loro abitazioni, tutti nemmeno tanto stupiti del fiume di gente che stava per arrivare. Tutto il resto, le insinuazioni, le cattiverie, il giubilo di certi politici per l’arresto di Mimmo, sembravano non essere arrivati fin lì, evidentemente filtrati dalla consapevolezza che il paese fino a pochi anni prima non esisteva più e invece adesso era vivo, un traguardo da difendere vivendolo senza farsi scalfire».

Lo confermano anche alcuni abitanti, riacesi e non. «"È una brava persona, poveretto", mi ha detto un’anziana del posto quando le ho chiesto se avesse saputo dell’arresto del Sindaco, mentre aiutava una signora di colore che con il passeggino entrava in casa. “Mimmo è diventato nero come noi, è per noi un padre” mi ha confidato un ragazzo gambiano con gli occhi scuri e lucenti di una rabbia che viene da lontano. Stenta a credere a quello che è accaduto e vuole gridare a tutta forza che lui non ci sta a chi vuole rubargli il sogno di una vita che pareva insperata, ha paura di perdere ancora una volta il diritto al suo metro di terra. E come biasimarlo.

Ma la cifra del valore dell’esperienza riacese la sento dalla voce e dallo sguardo speranzoso dei commercianti del borgo, rinati come le loro attività. Il ripopolamento del paese con gli sbarchi ha dato loro la possibilità di rimanere nella terra d’origine. Sembra un paradosso, ma se quei neri non fossero arrivati e se Mimmo non li avesse accolti, avrebbero fatto i bagagli anche i resistenti, sarebbero stati loro i migranti in cerca di porti. Sono i riacesi a dover ringraziare i profughi, lì a Riace lo sanno bene, altrove in Italia si pontifica invece sull’ignoranza dei fatti. Siamo tutti liberi di pensare quello che ci pare, ma che Mimmo Lucano sia stato in grado di restare umano di fronte alla disperazione e di rigenerare anche l’economia cittadina è un fatto incontrovertibile».

La marcia, come ogni corteo che si rispetti, è stata colorata dagli striscioni, scandita da slogan accompagnati da battiti di mani e – in questo caso - da ritmi africani, ma anche caratterizzata da «un intenso profumo di salsiccia calabrese a rifocillare i manifestanti».

La sosta sotto l’abitazione del Sindaco è durata più di un’ora, «a ricordargli che non è solo, che oggi siamo tutti Mimmo Lucano e che non deve arrendersi. Il suo modello di umanità è la nostra vela, il suo coraggio il nostro vento». Seppur sferzati dalla pioggia battente che «ci ha praticamente devastati, nessuno si è spostato di un solo millimetro dal corteo, era troppo importante il motivo per cui eravamo lì». È stato quello il momento più emozionante per Antonio Mazzone, e probabilmente per molti dei presenti.

«Lucano salutava commosso prima da una poi da un’altra finestra della casa, entrambe con le zanzariere rotte, per raggiungere tutti i tantissimi con lo sguardo in alto per intercettare anche solo un suo saluto. Non ha parlato se non con gli occhi, “non può parlare perché non è libero”, dice un suo collaboratore che ci saluta al suo posto. Ho provato tanta rabbia in quel momento, un senso profondo di ingiustizia che solo la gioia del corteo ha lenito.

Lucano si commuove, a tratti sorride, tanto affetto lo circonda e con lui tutti noi ci sentiamo su un’unica nave che qualcuno crede zattera. Forse nemmeno lui si aspettava tanta partecipazione. Con il gruppo del nord barese chiediamo ai residenti di entrare nel cortile sotto casa di Lucano per mostrargli da più vicino la nostra vicinanza e i nostri striscioni.

Lo salutiamo quando la pioggia finisce, tra balli improvvisati da suonatori rigorosamente del Sud. Stanchi ma pieni di un rinnovato orgoglio, la dimensione umana è l’unica che riconosciamo e per la quale vale la pena battersi, anche disobbedendo».

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