«Ricordo i giorni d’asilo in via De Pretis, con le maestre Eleonora e Lucia, cosi come il periodo della scuola elementare»

Luciano Lamonarca: il sogno americano, il successo e l’aria di “Riuv”

«Nel 1996, durante il 25° anniversario di matrimonio dei miei genitori, ascoltai per la prima volta la perentoria voce del tenore Mario Del Monaco in “Un amore così grande”. Fu amore a primo ascolto»

Attualità
Ruvo di Puglia venerdì 12 ottobre 2018
di Elena Albanese
Luciano Lamonarca con la moglie Valentina e il figlio Sebastian
Luciano Lamonarca con la moglie Valentina e il figlio Sebastian © Luciano Lamonarca

Luciano Lamonarca è nato a Milano 40 anni fa, «anche se non mi sono mai considerato della città, alla quale però sono legato da un valore sentimentale, avendo molti zii e cugini che vivono lì nei dintorni». I suoi genitori, «Anna e Pasquale, sono di Ruvo di Puglia, e decisero di ritornare in città quando io avevo appena compiuto due anni».

Dopo l’ultima iniziativa portata a termine con la sua Saint Pio foundation, la donazione dell’opera "I absolve you" alla Basilica antica di San Patrizio a New York, statua che è anche stata portata in corteo lo scorso 8 ottobre durante la tradizionale parata del Columbus day, abbiamo voluto ripercorrere insieme al maestro le tappe private e professionali che l’hanno portato a trasferirsi negli Stati Uniti, dove ha raggiunto il successo internazionale grazie a talento, coraggio e forza di volontà.

Siamo partiti da molto lontano, temporalmente e geograficamente, per gustare fino in fondo una storia che sa di sogno americano realizzato senza mai dimenticare le proprie radici. «È difficile dire quali siano i ricordi più belli per me. Ho vissuto a Ruvo sino all’età di circa 20 anni, per poi trasferirmi altrove. Ricordo però vivamente i giorni d’asilo in via De Pretis, con le maestre Eleonora e Lucia Lamonarca (non una parente, ma alla quale sono molto affezionato), così come il periodo della scuola elementare (la maestra Lorenza Montaruli), e tutti i miei amici d’infanzia, con alcuni dei quali sono rimasto in contatto ancora oggi. E come dimenticare gli amici della parrocchia Santa Lucia, allora presieduta da don Michele Del Vecchio…

Mio padre Pasquale e mio fratello Francesco vivono ancora a Ruvo di Puglia – precisa -. La mia adorata mamma Anna ci ha lasciati nel 2005 a causa del cancro. Mio padre si è risposato con Rosa, che fa parte della nostra famiglia, e a cui vogliamo molto bene».

Lui, invece, dopo aver scoperto e coltivato la sua vera passione, ha deciso di partire. «Sin dalla scuola media ho cominciato ad avere interesse per la musica classica. Prima con il flauto dolce e poi con il clarinetto, che ho studiato al Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari sino al quinto anno. Poi, il 23 gennaio del 1996, durante la celebrazione del 25esimo anniversario di matrimonio dei miei genitori, ascoltai per la prima volta la perentoria voce del tenore Mario Del Monaco nella leggendaria canzone “Un amore così grande”. Bene, fu “amore a primo ascolto”, e da quel momento mi concentrai nel poter prima far valutare la mia voce, e poi nel coltivarla attivandomi nello studio del canto e in masterclass con molti cantanti lirici importanti, tra i quali però mi piace ricordare solo il primo, il maestro Gino Lo Russo Toma, nativo di Bisceglie, che ho sempre considerato un po’ come il mio “padre adottivo dell’arte”».

Lamonarca ha vissuto per circa tre anni a Roma, poi alti cinque a Palermo. Un periodo che definisce «importante per la mia formazione di uomo». Poi «il caso o la fortuna mi hanno fatto avere il coraggio di esplorare l’America».

Dal 2008 vive a New Rochelle, a poca distanza da New York. I primi tempi non sono stati affatto facili, specie «perché non avevo la conoscenza linguistica, e quindi ero molto limitato nel sociale. Poi con l’aiuto di mia moglie Valentina e la tanta voglia di riuscire nonostante le molte difficoltà ho cominciato a parlare inglese in maniera più sicura, e quindi ad avere più fiducia in me stesso, anche e soprattutto durante gli eventi ai quali partecipavo. Non ho dubbi che quello che ho fatto in America non avrei probabilmente potuto farlo in Italia, almeno non in così poco tempo».

Luciano Lamonarca si è infatti esibito in veri e propri templi internazionali della musica, il Lincoln Center, la Carnegie Hall e il Madison Square Garden, oltre ad aver cantato per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tutte esperienze che hanno arricchito di molto il suo curriculum artistico. «Ma senza dimenticare le mie prime fatiche, quando per poter racimolare qualche gruzzoletto cantavo anche nei ristoranti. Uno in particolare è stato molto importante, il Piccolo Fiore di New York, il cui proprietario Nicholas Nubile, deceduto alcuni anni fa, è stato come un padre adottivo per me. Gli devo molto per aver investito in me, soprattutto quando ero un giovane uomo con tante speranze, ma con poche possibilità, soprattutto economiche».

E anche oggi che la situazione è molto diversa, modestia e pudore sono i tratti caratteristici che traspaiono dalle sue parole. «Non so se definirmi un’artista di fama internazionale. Preferirei essere un affermato artista che sta cercando di vivere il suo sogno americano. Spesso si sente parlare di “aver fatto l’America”, ma l’America, posso ben dirlo, non si fa, ma si vive giorno dopo giorno attraverso i successi e le sconfitte. Perché ogni artista, benché acclamato, affermato o noto, deve fronteggiare ogni giorno le difficoltà, così come ognuno di noi le fronteggia nella vita».

Dopo un po’ di tempo passato al di fuori dell’attività canora, lo scorso 9 ottobre è stato presentato a Manhattan il suo nuovo singolo “Volare”, «che ho voluto fortemente produrre in occasione del 60esimo anniversario della famosa canzone composta da Domenico Modugno». Ora lo aspettano mesi intensi di concerti in tutti gli Stati Uniti. «Quando non sono impegnato con il lavoro e i miei numerosi viaggi passo la prima parte della giornata in famiglia, con mia moglie, mio figlio Sebastian di 3 anni e mia suocera, alla quale voglio un gran bene per aver coraggiosamente viaggiato ripetutamente tra la Moldova e gli Usa con il principale obiettivo di aiutarci nel prenderci cura di Sebastian. Poi normalmente lo porto all’asilo nido, vado in ufficio, dove rimango sino alle prime ore di pomeriggio. Sino a tarda sera sono sempre in città per alcune prove, concerti, o per partecipare ai numerosi eventi ai quali sono regolarmente invitato. Quando non ce ne sono (molto raramente), allora si ritorna tutti a casa in tempo per la cena e per qualche attività educativa con Sebastian, al quale piacciono tanto la musica classica e la musica lirica».

Una vita impegnatissima, la sua, ma che non gli ha impedito di dedicarsi con passione anche alla beneficenza. Nel 2013 nasce infatti la Saint Pio foundation. «L’evoluzione del mio avvicinamento e successiva ammirazione verso Padre Pio è avvenuta ancora prima, nel maggio 2011, quando io e Valentina ci recammo a San Giovanni Rotondo per richiedere l’intercessione di Padre Pio nell’aiutarci nel diventare genitori, avendo perduto alcuni mesi prima una gravidanza al quinto mese.

Quello che però io volevo per Padre Pio era di poterlo far conoscere in maniera ancora più approfondita. È vero che è un Santo molto noto, soprattutto tra le comunità italiane, irlandesi e filippine all’estero, ma sapevo che si poteva fare di più, soprattutto facendo conoscere alla gente le sue tante virtù umane, a parte l’essere noto per aver ricevuto il segno della passione di Gesù Cristo».

Obiettivo della fondazione è «promuovere l’eredità spirituale del Santo e supportare progetti locali negli Usa, affinché attraverso queste partnership l’immagine di Padre Pio possa essere portata a più persone, e soprattutto a chi ne ha più bisogno». Anche il prossimo concerto benefico, in programma il 7 dicembre prossimo alla Carnegie Hall di New York, sarà in onore del Santo di Pietrelcina. «È un motivo di orgoglio – commenta Lamonarca -, perché forse per la prima volta si fa entrare Padre Pio nel tempio della lirica mondiale».

Quella del tenore ruvese è dunque ormai un’esistenza perfettamente integrata nel contesto statunitense e newyorkese, tanto da spingermi a chiedergli, come ultima domanda, se oggi si senta più americano o italiano.

«Difficile dire come mi senta – mi risponde -. Persone come me credo abbiano difficoltà nel sentirsi più parte della nazione di origine o di quella adottiva. Viviamo in una nazione che ci ospita e che ci dà la possibilità di realizzarci professionalmente, laddove comunque siamo sempre nostalgici della terra natìa. Credo che sia un sentimento difficile da spiegare, a meno che non lo si viva in prima persona. Ma direi che forse l’essere pugliese mi manca più che l’essere italiano in sé. Mi manca la Puglia, soprattutto durante i mesi estivi, di cui mi mancano le lunghe giornate al mare, o le lunghe passeggiate per le vie di Ruvo con gli amici, in totale spensieratezza.

A Ruvo ho ancora tanti amici, ma solo alcuni con i quali rimango ancora in contatto e che incontro frequentemente e con grande affetto tutte le volte che ritorno, anche se per brevi periodi a causa del mio tempo limitato. Ignazio Floriano, Michela Tamborra, Giuseppe Fracchiolla e Antonio Stasi sono quelli che incontro più assiduamente, anche perché ci scriviamo sempre via email. Ci sono dei periodi in cui mi manca molto l’affetto degli amici e condividere con loro dei bei momenti.

Io torno in Italia due o tre volte l’anno, per lo più solo per tre o quattro giorni, che sono sempre divisi tra Roma e la Puglia, a meno che non debba svolgere anche alcune commissioni in altre città. Per esempio, il prossimo 27 ottobre sarò a San Giovanni Rotondo per lanciare un progetto della Saint Pio Foundation. Spero che molti dei miei amici vengano a trovarmi. Sarà un bell’evento, durante il quale prevedo anche di cantare alcuni brani musicali.

Ma c’è un sentimento che ho sempre, ogni qualvolta ritorno a Ruvo in auto, e soprattutto quando arrivo in città dal famoso “ponte della 98”. Nonostante la città sia cambiata di recente, e molto, non posso fare a meno di notare che l’aria che respiro non lo è affatto. Più che il cartello stradale che indica l’arrivo nella mia città di origine, è l’aria che me lo fa capire. Apro il finestrino dell’auto e tiro un grande respiro dicendo tra me e me: Benveniut a Riuv.

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