La testimonianza in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità

Una solitudine che «spezza il cuore»: la storia di D., diversamente abile ai tempi del Coronavirus

Il r​acconto della mamma: «É di nuovo chiuso, né può sopportare di passare ore davanti a uno schermo. Ha bisogno di contatto, di stimoli, di vivere, in un tempo che fa paura per quanta morte porta»​

Attualità
Ruvo di Puglia giovedì 03 dicembre 2020
di Lucia M. M. Olivieri
Solitudine, ragazzo
Solitudine, ragazzo © n.c.

Lo vediamo giorno dopo giorno: chi rispetta le prescrizioni, si ammala di solitudine. Ore davanti al pc per la scuola, rarissime uscite solo per la spesa, ancor più rari contatti con i parenti per evitare che il virus possa circolare nella propria famiglia, giornate che diventano sempre più uguali a se stesse e in cui si cerca qualsiasi appiglio di novità per dare e darsi una scossa.

Poi arriva il 3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità, e come ogni anno ci si trova a fare i conti con una realtà in cui la tua sofferenza "normale" viene ridimensionata dall'ascolto di storie come quella di D. e della sua famiglia. D. ha una disabilità legata a un ritardo cognitivo: frequentava (ma sarebbe meglio dire frequentava) la scuola superiore, e fino al marzo scorso la sua integrazione nella società era a un buon livello. La mattina a scuola, poi uscite con qualche compagno di classe, frequenza saltuaria di associazioni cittadine, una famiglia amorevole e attenta che lo indirizza verso il meglio che la società oggi può offrire a chi soffre di problemi di natura cognitiva.

Poi arriva il Covid, il primo lockdown: l'eccezionalità della situazione sembra dare a tutti la forza di stringere i denti per un paio di mesi, ma si inizia a vedere un cambiamento in D., che diventa più cupo, iroso, chiuso in se stesso. Il 4 maggio si può tornare ad uscire: si riassapora la vita, istanti di libertà e poi l'estate, il "libera tutti", il ritorno alla routine.

Il colpo di questa seconda ondata, quindi, è ancora più pesante: le scuole superiori sono chiuse da quasi un mese e mezzo, la famiglia di D. ha deciso di non mandarlo da solo a stare in un'aula vuota mentre tutti i compagni sono a casa.

«Questa non è integrazione, anzi...- racconta la mamma -: mio figlio era abituato a vivere a pieno la realtà della scuola, l'interazione, ha imparato a gestirsi con l'aiuto dei docenti di sostegno e degli educatori. Ora è di nuovo chiuso, fa passi indietro, non è autonomo né può sopportare di passare ore davanti a uno schermo: ha bisogno di contatto, di stimoli, di vivere, in un tempo che fa paura per quanta morte porta con sé. Siamo ben consapevoli di non avere scelte, non possiamo rischiare di contrarre il virus, né lui né tantomeno noi, e quindi ci siamo rinchiusi tra le nostre 4 mura.

Oggi noi ci sentiamo "più dimenticati" del solito: ognuno è preso dalla propria solitudine, dai problemi, e forse ora si può sperimentare sulla propria pelle il senso di rassegnazione che fa parte del nostro vivere quotidiano anche senza il coronavirus. Abbiamo da sempre cercato di creare una rete intorno a nostro figlio, è il nostro eterno bimbo dolce e speciale, ma stiamo attingendo a tutte le nostre forze. Quando vi sentite annoiati di guardare la tv, di leggere libri, di ascoltare tanta musica... pensate a D., che ancora non riesce a leggere più di una paginetta in maiuscolo, che non sa cercarsi le canzoni su YouTube. I parchi sono chiusi, i centri di aggregazione anche, tutto è vietato, ma per noi è doppiamente pesante. Spesso mi chiedo a cosa stia pensando, lui che non riesce sempre a esprimere le sue emozioni, e soffro per lui, il mio cuore sanguina ogni giorno. Voi riuscite a sfogarvi con qualcuno? Per D. è molto difficile, deve fidarsi, conoscere bene il suo interlocutore, guardarlo negli occhi senza filtri virtuali, per poter articolare i suoi pensieri.

Pensate a quanto possa essere deprimente il vuoto, il vuoto vero, e non solo per due o tre mesi: e ricordatevi di noi anche negli altri 364 giorni dell'anno che non siano il 3 dicembre. Se davvero vogliamo uscire migliori da tutto quello che stiamo vivendo, impariamo a guardare con un occhio più attento chi ha da affrontare ostacoli più alti e difficili, impariamo a essere davvero inclusivi».

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