Il 5 maggio 1821, muore Napoleone Bonaparte in esilio a Sant'Elena. Tra il 18 e il 20 luglio dello stesso anno, Alessandro Manzoni gli dedica l'ode "Il 5 maggio"

«Ei fu»: 200 anni fa moriva Napoleone. Antonio Iurilli: «Un pugliese nella penna di Manzoni»

​In un saggio, il Professore ricorda Ignazio Ciaia da Fasano, patriota e martire della Rivoluzione napoletana del 1799, iniziatore della poesia patriottica nel Regno di Napoli ​

Cultura
Ruvo di Puglia mercoledì 05 maggio 2021
di La Redazione
Una delle cinque versioni realizzate da Jacques-Louis David di Napoleone che valica le Alpi, 1801. Conservato nel Castello di Charlottenburg Palace, a Berlino
Una delle cinque versioni realizzate da Jacques-Louis David di Napoleone che valica le Alpi, 1801. Conservato nel Castello di Charlottenburg Palace, a Berlino © n.c.

Era il 17 luglio 1821 quando Alessandro Manzoni, leggendo la Gazzetta di Milano del giorno prima, apprese della morte di Napoleone Bonaparte, avvenuta il 5 maggio dello stesso anno, a Longwood House, a Sant'Elena, l'isola possedimento della Corona britannica dove il grande condottiero era stato esiliato. Manzoni ammirava colui che era considerato dai Francesi un semi-dio e, tra il 18 e il 20 luglio, compose un'ode civile a lui dedicata, "Il cinque maggio".

Sono trascorsi duecento anni dalla morte di Napoleone e dalla composizione dell'ode: un anniversario importante su cui il professor Antonio Iurilli fa delle interessanti rivelazioni in questo saggio intitolato "Duecento anni fa la morte di Napoleone Bonaparte - Un Pugliese nella penna di Manzoni".

«Il cinque maggio di duecento anni fa - scrive - moriva nella solitudine di un’isola sperduta nell’Atlantico Napoleone Bonaparte. Per quanto la scuola abbia da tempo ridotto, se non rimosso, il prezioso esercizio mnemotecnico applicato alle pagine più alte della letteratura nazionale, la memoria collettiva non ignora certo almeno qualche verso del Cinque maggio, che Manzoni scrisse quasi di getto per ricordare, astenendosi finemente da ogni giudizio politico, colui al quale “due secoli/l’un contro l’altro armato” si erano inchinati eleggendolo ad arbitro di un conflitto epocale da cui, pur fra tante contraddizioni, sarebbero nate le democrazie borghesi che ancora oggi segnano la civiltà politica dell’occidente non solo europeo.

Ma non è solo l’odierna ricorrenza centenaria di quell’evento a farmi ricordare quell’ode, letterariamente assai discussa, ma sicuramente annoverata nel patrimonio genetico della cultura letteraria degli italiani. La ricordo perché è ragione di orgoglio dimostrare che dietro la penna del Manzoni che “vergin di servo encomio/e di codardo oltraggio” verga quei versi immortali, c’è anche la mano di un grande pugliese.

C’è la mano di Ignazio Ciaia da Fasano, patriota e martire della Rivoluzione napoletana del 1799, ma anche poeta di grande spessore, iniziatore della poesia patriottica nel Regno di Napoli al volgere del XVIII secolo: un luminoso esempio di giovane intellettuale engagé, che fonde la poesia con l’impegno civile fino a pagare con la vita il sogno giacobino di vedere annientato il dispotismo borbonico nella celebre triade francese “Liberté, Égalité, Fraternité”.

Nei sogni utopici del rivoluzionario e nei giorni trascorsi nel durissimo carcere di Castel Sant’Elmo il Ciaia aveva prodotto una raccolta di versi fortemente intrisi di tensione politica, rimasti a lungo inediti, ma sicuramente letti con passione e conservati dagli altri rivoluzionari napoletani che, più fortunati di lui, erano sfuggiti alla forca dei Borboni rifugiandosi nella Milano austroungarica, ma da sempre più tollerante.

In quella Milano già attraversata dalle pulsioni patriottiche che sarebbero sfociate nelle Cinque Giornate, si consumarono l’incontro e l’amicizia fra Vincenzo Cuoco e il Manzoni. Fra le carte del grande storico napoletano transfuga c’erano certamente le pagine intrise di passione libertaria del Ciaia. Ed è assai più che un’ipotesi immaginare che il Cuoco mettesse orgoglioso sotto gli occhi di don Lisander quelle pagine.

Un’ipotesi audace, che prende forma e si consolida in forza di quel rischioso ma affascinante esercizio che studia il farsi dell’opera d’arte come intreccio di suggestioni, di letture che “tessono” il “testo” letterario in una nuova, originale forma, che tuttavia ‘tradisce’ la filigrana che la sorregge, tecnicamente definita “intertestualità”.

Ed è proprio questo esercizio che consente di “sentire” sotto alcuni fra i versi più connotati del Cinque maggio la penna del Ciaia, a cominciare dallo stesso metro compositivo che accomuna l’ode manzoniana dedicata a Napoleone all’ode dedicata da Ciaia A Carlo Lauberg, un patriota napoletano protagonista della Rivoluzione del ’99.

Come non sentire infatti nel celebre verso manzoniano “Dall’Alpi alle Piramidi” il verso di Ciaia “Dell’Alpi al mar più prossime”? Come non sentire la fragranza di una convinta imitazione nella consonanza fra il celebre verso manzoniano “Di mille voci al sonito” e quello di Ciaia “Di mille voci il suono”? Una convinta imitazione (che significa ovviamente apprezzameno) che tocca anche il verso manzoniano “lui folgorante in solio”, verosimilmente costruito sul verso “sta sull'incerto soglio” di Ciaia. E anche il non meno celebre “stette la spoglia immemore” trova un vistoso pendant nel verso di Ciaia “del prisco ardire immemore”.

Che il grande lombardo Manzoni abbia letto e imitato un poeta pugliese nel celebrare un protagonista della storia europea non è certo la prova di una rivincita che, fra le tante, il Mezzogiorno derelitto cerca di opporre a una presunta inferiorità storica. È invece il segno che le idee, sospinte dal vento della poesia, travalicano gli steccati costruiti dagli uomini».

 

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