Il Nuovo Teatro comunale sarà inaugurato il 31 luglio

Nuovo Teatro comunale di Ruvo di Puglia, il prof. Iurilli: «Intitolarlo ad Antonio Avitaja»

Il professor Antonio Iurilli, in un saggio, lancia la proposta di intitolazione in onore del rubastino Antonio Avitaja, sindaco della città e drammaturgo vissuto nel Seicento

Cultura
Ruvo di Puglia venerdì 30 luglio 2021
di La Redazione
Il frontespizio de
Il frontespizio de "Gli sdegni placati" di Antonio Avitaja © Antonio Jurilli

Dopo due anni di ristrutturazione, sabato 31 luglio apre le porte il Nuovo Teatro comunale di Ruvo di Puglia, in via Pertini. L'evento sarà celebrato con una festa di comunità. 

Il professor Antonio Iurilli, attraverso il nostro quotidiano on line RuvoLive, condivide coi lettori un suo breve saggio storico in cui lancia la proposta di intitolazione del Teatro ad Antonio Avitaja, sindaco della città ma anche drammaturgo vissuto nel Seicento.

«Non so se l’organigramma di riapertura del Teatro comunale prevede anche la sua intitolazione - scrive -. Nel dubbio, mi piace avanzare una proposta.

Anno 1650. Esce a Napoli, coi tipi dell’editore Roberto Mollo, in un agile ed elegante in-12°, una commedia "regolare": una commedia, cioè, che si modella sulla tradizione drammaturgica greco-latina e sulle "regole" dettate da Aristotele nella Poetica, e reiterate, attraverso l’Ars Poetica di Orazio, in tutte le culture letterarie d’Europa. Il suo titolo è Gli sdegni placati. Ne è autore Ottaviano Janida, nom de plume anagrammato del patrizio Antonio Avitaja (1621-1678), di origini campane, ma ruvestino di nascita e sindaco della città nel 1646: un illustre concittadino, ricordato dai biografi di tre secoli per la sua caratura morale e culturale, per il mecenatismo, per il gusto antiquario, per la sensibilità artistica, al quale la memoria storica non ha forse ancora reso il tributo che merita.

La commedia è l’omaggio feudale del colto aristocratico di paese al suo signore, il duca di Andria Carlo Carafa per la nascita del suo primogenito Fabrizio. Per questo essa era andata in scena l’anno prima della pubblicazione nel sontuoso salone di rappresentanza del Palazzo Ducale di Andria: una pièce teatrale, dunque, concepita per la rappresentazione (condizione non comune ai tempi), e non solo per affiancarsi alla pletora di scritture drammaturgiche in un momento particolarmente fecondo per il teatro italiano.

È difficile imbattersi nel capolavoro quando si indaga la cultura teatrale del Rinascimento e del Barocco, tanto forti sono i legami che avvincono i testi ai modelli antichi e li rendono spesso ripetitivi. Solo la Mandragola di Machiavelli spezza quei legami ed è il capolavoro che sappiamo. Ma quella dipendenza è un "difetto" che certifica il valore sociale ed etico, prima che letterario, del teatro: quel valore sociale ed etico condiviso anche dalla cultura ecclesiastica, a cominciare dal teatro gesuitico, che impone alle opere teatrali un canovaccio standardizzato sul quale si innestano i vizi e le virtù dei personaggi con fini eminentemente edificanti e didattici. È insomma il "teatro morale" (come si intitolavano molte raccolte coeve di aforismi), educatore dei popoli; un teatro che si rafforza persino nella temperie dirompente del Romanticismo e anima il patriottismo culturale delle nazioni. È il teatro che efficacemente è riassunto nell’epigrafe scolpita sul frontone del Teatro Massimo di Palermo: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano è delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. È insomma il teatro che, come scrive Orazio, mescola l’utile della morale al dolce della scrittura letteraria facendosi promotore di crescita civile dei popoli.

Anche il nostro Avitaja è allineato con questa tendenza, e non manca nella sua commedia di rimarcare in chiave "comica" (che non vuol dire frivola) l’agire dei tipi sociali più comuni del tempo per coglierne i risvolti esemplari dell’agire umano, anche quando si tratta di dilettare una corte feudale di provincia per un evento festoso. Il suo è un teatro morale, anche se imbrigliato nelle vesti canoniche dei personaggi tipici, ognuno simbolo di un vizio da censurare o di una virtù da coltivare: del mezzano, del parassita, del servo astuto, dell’innamorato, del tradito.

Basterebbe questo a farcelo ricordare e apprezzare come esponente solitario (e dunque ancor più prezioso) di una cultura teatrale cittadina, da lui coltivata peraltro all’ombra di un’accademia (gli Incogniti), da lui stesso fondata e ospitata nel palazzo di famiglia (l’attuale Palazzo Avitaja), segno non secondario di una vitalità culturale periferica, che riesce ad esprimersi nella forma organizzata e istituzionale dell’accademia, con tutto quel che di "moderno" l’accademia rappresentava in quel tempo rispetto ai poteri culturali costituiti. E invece c’è di più nella performance drammaturgica dell’Avitaja che ce lo fa sentire "nostro", e dunque meritevole di memoria.

Egli stesso avverte, infatti, il lettore del testo a stampa della commedia che sarà costretto, per la difficoltà di mettere a stampa il dialetto, a perdere i "sali" forse più sapidi della commedia, ovvero i recitativi dei personaggi più comici, che nella rappresentazione erano stati espressi in dialetto "pugliese" (ruvestino?). Era consueto che le parti più "sanguigne" della commedia venissero recitate in dialetto, e quelle degli Sdegni placati (ambientate a Milano) dovevano essere recitate nel gergo “Zanni”, che nella commedia "regolare" è la lingua dialettale del servitore (Giovanni) bergamasco/milanese. E invece l’Avitaja fa parlare il servo nel nostro dialetto, facendoci rimpiangere la perdita della prima testimonianza del suo uso in un contesto letterario. Ma quello "Zanni" è un lemma forte, che comunque sopravvive nell’identità culturale cittadina: nel diffusissimo cognome “Zanni”, e nell’icasticamente bello “aƺƺaniò”, che vuol dire "coinvolgere, farsi trascinare nello scherzo", insomma imitare lo "Zanni" della commedia.

Mi sembrano allora queste, ragioni più che valide e opportune per riannodare, intitolando il teatro all’Avitaja, l’antica cultura teatrale cittadina agli esiti moderni che la nuova struttura promette: nel nome, appunto, di un ruvestino, illustre e benemerito anche per aver fatto riecheggiare sulla scena dei "padroni", nel segno del teatro che educa e fa crescere, il potente afflato della lingua dei sudditi».

 

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I commenti degli utenti
  • Rosanna Prisco ha scritto il 31 luglio 2021 alle 12:09 :

    Il teatro andrebbe intitolato agli "invisibili"cioè noi i ruvesi Rispondi a Rosanna Prisco

  • Uomo nero ha scritto il 30 luglio 2021 alle 13:25 :

    Possiamo intitolarlo alle vittime della strada nobile gesto per chi è deceduto a seguito di incidente stradale.Ma mi domando chi è stato il " Cervellone" che ha deciso di piantumare alberi di cipresso sulla carreggiata stradale di fronte al nuovo teatro comunale? Ma non si rende conto che oltre a creare intralcio alla circolazione stradale tra qualche anno le Radici deigli alberi spunteranno fuori dal manto stradale creando pericolosi dossi per chi transiterà su detta arteria? Forse i responsabili tecnici che devono accettare tali cose o dormono oppure sono perennemente in ferie.Giudicateki voi popolo ruvese. Rispondi a Uomo nero

    Rosanna Prisco ha scritto il 31 luglio 2021 alle 12:10 :

    Ehh..... l' importante è fare le facciate ...dopo s pianz Rispondi a Rosanna Prisco

  • Reb ha scritto il 30 luglio 2021 alle 11:43 :

    Io lo chiamerei "Il sogno di Michelangelo". Rispondi a Reb

  • Anonimo ha scritto il 30 luglio 2021 alle 09:55 :

    Con tutto il rispetto per Antonio Avitaja e per il prof. Iurilli vedrei per il teatro comunale un nome più ludico e accattivante, più adatto ad un pubblico giovanile Rispondi a Anonimo

    anacleto ha scritto il 30 luglio 2021 alle 13:31 :

    mi associo. proporrei gigi proietti. sempre con tutto il rispetto. Rispondi a anacleto

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