Il racconto della domenica

San Francesco e il castello del sole

Che ci fosse un feeling tra il Santo di Assisi e Federico II di Svevia è cosa nota, anche se la fama dei due personaggi ha dato vita a una serie di racconti leggendari di discutibile valore storico

Cultura
Ruvo di Puglia domenica 03 ottobre 2021
di Vincenzo D'Avanzo
Castel del Monte
Castel del Monte © Michele Lorusso/AndriaLive

Che ci fosse un feeling tra san Francesco e Federico II di Svevia è cosa nota, anche se la fama dei due personaggi ha dato vita a una serie di racconti leggendari di discutibile valore storico. Ma le leggende non nascono a caso, non sono semplice frutto di fantasia dell’autore.

È una maniera di rappresentare un fumus veritatis (una base di verità) senza impegnarsi con i documenti. Per semplificare: Federico è il primo potente ad avere una visione universalistica dell’impero (globalizzazione?), non a caso ha disseminato il suo percorso di leggi, a dir poco moderne, e di castelli (se ne attribuiscono 300) uno più bello dell’altro quasi a presidiare il suo territorio. Francesco, una volta folgorato sulla via della povertà e della umiltà, ha una concezione universalistica della spiritualità, che si trasforma nella prima grande organizzazione missionaria. I suoi conventi si spargono dappertutto in poco tempo, ben tre solo in Andria.

È conseguenziale che le loro idee si incrociassero (o scontrassero) e dall’incontro delle idee passare a quello delle persone il passo è breve. Federico si muoveva con agilità con i suoi cavalieri, Francesco si muoveva a piedi, spesso scalzo. Possibile che non si sarebbero incontrati mai? Ecco Francesco ospite dell’imperatore nel castello di Bari dove lo sottopone alle tentazioni della lussuria, che Francesco supera brillantemente, tanto che Federico avrebbe riconosciuto l’autenticità dello spirito francescano.

Quando insegnavo avevo preso l’abitudine di portare in cattedra i nonni degli alunni. Il racconto della storia vissuta è molto più comprensibile di quella raccontata dai libri. Uno di questi si chiamava Francesco e aveva fatto il barbiere. Non aveva un salone tutto suo, ma girava per le case (quando era chiamato) a fare la barba o i capelli agli anziani e ai malati (all’occorrenza anche le iniezioni) e qualche volta entrava anche nell’ospedale grazie a un cappuccino che egli aveva conosciuto frequentando la chiesa del terzo convento francescano andriese. Questa circostanza lo portò ad approfondire le sue conoscenze sul suo santo patrono leggendo o chiacchierando con i monaci. Fu lui a parlare a scuola di quell’incontro tra san Francesco e l’imperatore. Dopo quell’incontro la stima di Federico verso Francesco aumentò a dismisura. Quando chiesi se credesse a questa storia il nonnino rispose: «non lo so, però mi piace. È qui il fascino della leggenda».

Poi continuò: «risalendo verso Assisi san Francesco volle fermarsi in Andria dove si era costituita una grossa comunità di seguaci. Andria, che di povertà se ne intendeva, accolse con grande favore il messaggio francescano. In effetti la tradizione racconta che quella di Andria fu la prima chiesa dedicata al santo di Assisi. La chiesa di san Francesco era già in costruzione quando morì il poverello di Assisi e fu ovvio dedicarla al nuovo santo (qualche perplessità sul primato rimane, ma tant’è!). La notizia che la chiesa sarebbe stata dedicata a Francesco e la testimonianza di carità che i fraticelli avevano cominciato a dare alla popolazione diseredata fece si che molti benestanti furono generosi di lasciti e offerte tali da rendere la costruzione sempre più ricca e grandiosa.

Andria fu più fortunata di san Giovanni Rotondo: i fraticelli investirono le offerte in parte nella chiesa e l’annesso convento e in parte in orti e giardini: gli orti attrassero i poveri che beneficiarono dei prodotti, i giardini attrassero i ricchi che fecero a gara per costruire il più possibile all’ombra di san Francesco. Nonno Francesco sottolineò come i ricchi avessero paura dell’inferno e una parte della loro ricchezza la davano in beneficienza perché i fraticelli pregassero per loro, pensando che questo li abilitasse a scialacquare in divertimento il resto. Passò veramente da Andria? E chi lo sa. Se possiamo utilizzare il criterio di induzione possiamo dire di si. In effetti in Andria si realizzò una apoteosi francescana: tre grosse fabbriche francescane e un convento femminile, le suore Clarisse che furono poi decimate dalla peste del ‘600 nel tentativo di aiutare tutti. Ma se anche non fosse passato che importa, lo spirito francescano fu tra noi.

Fu questo circuito prezioso a preparare il rinascimento andriese che si ebbe con il duca “domenicano” Francesco II del Balzo. La chiesa di san Francesco diventò uno scrigno d’arte: affreschi riempivano le pareti, statue di artisti dell’epoca incrementavano la devozione, senza dimenticare il soffitto ligneo dipinto da artisti poveri. Anche santa Maria Vetere diventò uno scrigno eccezionale di arte impreziosito dal polittico del Vivarini, purtroppo ancora smembrato tra il museo diocesano e la pinacoteca provinciale.

Nell’insieme questi lavori “pubblici” fecero lavorare tanti andriesi che, per la loro bravura, venivano chiamati anche fuori Andria. Mastro Antonio di Andria fu chiamato ad abbellire la facciata della cattedrale di Altamura, l’unica voluta da Federico. Nacquero gli artigiani del ferro (basta guardare alcuni balconi nel centro storico), del legno e specialmente della pietra: la facciata proprio di san Francesco ne è un esempio, oltre alla successiva di sant’Agostino».

E qui nonno Francesco tenta uno scoop: «il progettista di Castel del Monte fu Frate Elia, seguace di Francesco e autore della doppia basilica di Assisi». Quando io lo ripresi perché mi sembrava assurda l’ipotesi, egli mi diede una traccia: «Elia viene da Elios che è il sole, il castello è un inno laico proprio al sole: tutto è commisurato da quell’astro che ci illumina e ci riscalda. E parlò dell’equinozio di primavera (giorno uguale alla notte) quando il sole picchia centrale sul cortile del castello senza creare zone d’ombra: fratello sole».

 “Laudato sii, o mio Signore, per tutte le creature, specialmente per messer Frate Sole, il quale porta il giorno che ci illumina ed esso è bello e raggiante con grande splendore: di te, Altissimo, porta significazione”.

Affascinante un castello del sole. È possibile una storia del genere? In teoria non è contro la logica. La simbologia lo testimonia, la ragione ci rimanda nel mistero che è l’aspetto più sorprendente della vita. E se frate Elia avesse dato l’idea sulla quale lavorarono poi sconosciuti costruttori, portati poi a morire in guerra perché il segreto diventasse mistero? Non è necessario sapere di chi siano le cose belle, anzi meno si conosce della sua fattura più facile è penetrarci con la propria mente e riconoscere il mistero della creazione che Francesco riscoprì: “a sua immagine e somiglianza” creò l’uomo e l’uomo diventa tale quando riesce anche lui a creare.

Un giorno accompagnavo il prof. Girolamo Fuzio durante una campagna elettorale. Il preside obbedì a Moro che gli chiese quel sacrificio. Sapeva di non potercela fare ma si impegnò lo stesso fino allo spasimo.  Tra una visita e l’altra a tutti i suoi alunni mi confidò che aveva in mente un grande monumento a san Francesco. «Perché proprio al poverello di Assisi? Tu non hai fatto la guerra, ma chi l’ha vissuta sa che la pace è la massima aspirazione dell’uomo e Francesco ha scritto il vangelo della pace che è il frutto della fratellanza: fratello sole, sorella luna, fratello uomo, cioè la traduzione del Verbo: ama il prossimo, ama la natura».

“Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento”.

 Capitò proprio a me, sindaco, inaugurare qualche anno dopo il grande monumento che trasformò piazza santa Maria Vetere (non ho capito perché è stato rimosso). È Francesco la chiave di lettura del mondo moderno, l’interpretazione autentica del Vangelo. 

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