La nota

«Ruvo di Puglia va rivoltata come un calzino», l’appello all’unità della Democrazia cristiana

Salvatore Bernocco si rivolge ad «Amiche e Amici non di sinistra», fermamente convinto che la città meriti di meglio. «Merita di essere amministrata da una coesa coalizione di centrodestra»

Politica
Ruvo di Puglia martedì 29 gennaio 2019
di La Redazione
Salvatore Bernocco
Salvatore Bernocco © Facebook

Salvatore Bernocco, presidente di “Ruvo democratica e cristiana” e presidente provinciale della Democrazia cristiana di Terra di Bari, si rivolge in una lunga nota a «gentili Amiche e cari Amici non di sinistra» per fare loro un accorato appello all’unità, al fine di poter cambiare l’Amministrazione della città.

«Stiamo vivendo – scrive - una stagione di riflessione e di ponderazione che di certo produrrà cose nuove, nuovi scenari politici locali, per alcuni versi inediti, ma per altri versi già vissuti e i cui retroscena ed esiti possono stabilirsi certi perché già sperimentati, sebbene sotto altre forme e modalità.

Essi sono stati all’origine di profonde e laceranti incomprensioni e di inutili personalismi, nonché, infine, di sconfitte annunciate e immeritate, quasi volute da taluni strateghi della politica locale che, invece di contribuire, con onestà e senso di responsabilità e nella indefettibile fedeltà ai loro ideali e valori, al buon esito delle competizioni elettorali della coalizione ad essi affine, hanno scelto, con incosciente convinzione, di dare un palese e concreto sostegno alle forze loro avverse per cultura politica e modalità di governo del paese.

Non vorremmo che fossimo prossimi al baratro di una politica di pessima qualità e di bassissimo livello etico, così infima da non potersi fregiare neppure del termine “politica”, bensì di un altro lemma, come ad esempio quello di “trasformismo” o di “camaleontismo”.

È ovvio e naturale che gli uomini possono mutare idee e convincimenti; essere preda di antipatie o simpatie; essere orientati da amicizie e allettati da promesse, molte delle quali resteranno tali (non si finisce mai di commettere errori, gli stessi, cosa diabolica).

Questo è ciò che realisticamente accade nella fase interlocutoria dei cosiddetti tavoli di concertazione e in quella, anch’essa molto delicata, post-aggregativa, quando cioè determinate forze che hanno liberamente scelto di condividere un programma amministrativo, una candidatura alla carica di sindaco autorevole e rappresentativa, un modus operandi per mettere ordine nell’operato e nell’azione amministrativa, evitando saggiamente di assumere posizioni autoritarie e ducesche nei confronti dei dipendenti, sempre controproducenti e demotivanti, si presentano dinanzi all’opinione pubblica, alla società considerata nelle sue molteplici articolazioni, al corpo elettorale, per proporsi come nucleo di donne e uomini degno di attenzione, di fiducia e quindi di convinto consenso.

In questo contesto, di recente da talune parti politiche di fresco conio è stata sollevata la questione del rinnovamento della classe politica locale, come se la sola enunciazione di tale parola non meriti per ciò stesso unaccurato ragionamento che vada ben oltre i triti e ritriti luoghi comuni.

Tale enunciazione, poi, non è affatto detto che possa di per sé produrre effetti positivi e non anche generare problematiche, perplessità e finanche paralisi.

Occorre nondimeno analizzare, pacatamente e col massimo di obiettività possibile, da quali soggetti il rinnovamentoviene invocato, se essi stessi lo praticherebbero o lo hanno praticato, se essi stessi sarebbero capaci di rinnovare sé medesimi, innanzitutto interiormente e nell’ordine dei pensieri e delle ambizioni, senza puntare l’indice verso questo o quello a seconda delle contingenze e dei propri interessi personali o di fazione.

Il tema del rinnovamento non è affatto nuovo, ma è un refrain che torna prepotentemente alla ribalta tutte le volte che ci si approssima ad una tornata elettorale, quasi per esorcizzare lo spettro di una sconfitta da imputare ad altri, a coloro, cioè, che non si sono rinnovati secondo i desiderata dei richiedenti. In altri termini, una competizione elettorale si perde o si vince sulla base del tasso di rinnovamento della classe politica, più o meno alto o basso aseconda di una scala ideata dai demiurghi del nuovismo.

Nella Democrazia cristiana era una questione ricorrente che veniva posta non tanto da alcune correnti interne, quanto dai comunisti, centralisti e obbedienti al verbo di Mosca e di via delle Botteghe Oscure.

Al di là di ogni altra considerazione, al termine delle competizioni amministrative emergeva che era proprio la Dc – additata dai comunisti quale partito conservatore, clericale, elitario e nelle mani di pochi notabili – che più delle altre formazioni politiche aveva rinnovato la propria compagine consiliare con l’innesto di donne e uomini rappresentativi e di spessore, con volti nuovi che garantivano affidabilità, disponibilità, servizio disinteressato alla comunità locale.

Se Ruvo di Puglia conobbe un periodo di grande sviluppo, lo si deve a quelle donne e a quegli uomini che, negli anni Sessanta e Settanta del precedente secolo, e successivamente fino al 1999, tranne qualche eccezione, si sono spesi anima e corpo per trasformarla, modernizzarla, fornirla di infrastrutture, renderla più attraente, vivibile e a misura d’uomo.

Tutto ciò poté realizzarsi anche in virtù delle serie intese politiche e sui programmistrette tra la Dc ed i partiti a essa alleati, al lavoro di filtro e di cerniera delle segreterie politiche, al confronto serrato all’interno ai partiti, all’attenzione non occasionale o episodica ai bisogni comunitari e individuali.

L’importante tema del ricambio della classe politica locale va quindi affrontato con la necessaria gradualità, accortezza e serietà, perché se è vero che la politica riguarda tutti, è altresì vero che non tutti hanno le capacità di fare politica e di mettersi a disposizione, a servizio del paese senza secondi e terzi fini.

Sarebbe oltremodo inconcludente, controproducente e dannoso, fattore di instabilità e di insicurezza sociale, se, ex abrupto e con modalità giacobine, si facesse tabula rasa di tutta la classe politica sulla base di slogan e dell’adesione acritica ad un nuovismo che sa tanto di vecchio e di gattopardesco.

Ipotizzando l’infausto scenario della tabula rasa, i subentranti non avrebbero modo alcuno di districarsi e orientarsi nei meandri delle problematiche amministrative; troverebbero subito estenuante, se non impossibile, entrare nel merito di questioni amministrative annose e contorte; si demoralizzerebbero dinanzi alla mole dei problemi amministrativi – urbanistici, produttivi, sociali, culturali – la cui soluzione presuppone che vi siano due elementi indispensabili: la memoria storica delle vicende e la conoscenza del funzionamento e degli strumenti dell’apparato amministrativo, degli snodi burocratici, talvolta paralizzanti ed inefficienti, specie quando vi è una compagine amministrativa che non sa come muoversi, quanti e quali passi compiere e in quale direzione, che non conosce persone e fatti pregressi e collaterali, le effettive qualità umane e le capacità lavorative dei dipendenti e dei funzionari.

Il rinnovamento non può che essere graduale e ponderato, quindi, pena la paralisi amministrativa e la sconfessione reale di un programma ideale.

Ulteriore conseguenza consisterebbe nell’accentuazione della divaricazione del rapporto tra la politica e la società, meglio i cittadini, i quali non beneficerebbero di servizi di qualità o ne otterrebbero di scadenti; sarebbero oggetto, e non soggetto, della politica, come nel caso kafkiano del recente Piano dei parcheggi che sta mettendo in ginocchio una serie di attività economiche borderline e deprimendo l’economia locale per un pugno di euro; sarebbero destinatari di presunte novità artistiche a detrimento e impoverimento delle significative e amate tradizioni secolari, religiose e culturali.

La novità deve affiancare l’esperienza, allo stesso modo come è improponibile che un giovane medico possa usare il bisturi in sala operatoria se non dopo aver affiancato il chirurgo e appreso il mestiere. Perché, in fondo, la politica era e resta un’arte complessa che va acquisita con spirito di umiltà, abnegazione e sacrificio, senza mai indulgere alla supponenza ed all’arroganza.

I frutti della politica richiedono tempo e pazienza per poter crescere, maturare, essere raccolti e infine condivisi con l’intera comunità sotto forma di fatti, di realizzazioni utili, ma anche di saggezza, sobrietà, umanità, carità cristiana, trasmissione di competenze e di strumenti di analisi.

Dinanzi a una politica autoreferenziale, autoritaria, malamente simbolica e scenografica, tipica di certi ambienti radical chic di sinistra, impregnati di narrazioni vendoliane, di nullafacenze dissimulate, di culture pseudopacifiste, di nemici da abbattere con il dileggio morale, la menzogna, la prosopopea, nonché con l’uso strumentale, violento e subdolo del potere; noi, che non apparteniamo a questa schiera di distruttori dell’etica pubblica; noi, che abbiamo la modesta e quieta presunzione di poter amministrare il paese senza far ricorso alla dilazione, ad odiosi ricatti e malcelate persecuzioni di chi non è con noi; noi, che abbiamo una visione lungimirante e concreta della politica e che, a differenza di altri che senza indugio dovrebbero già essere al nostro fianco, vigiliamo affinché le strategie cosiddette “entriste” della sinistra non trovino terreno fertile, non attecchiscano, ma vengano con decisione e fermezza bloccate e rispedite al mittente; ebbene, noi, che vogliamo una Ruvo all’altezza dei suoi tempi migliori, anche per onorare degnamente, con i fatti, la memoria di chi ci precedette nell’arduo esercizio della politica e dell’amministrazione della cosa pubblica, rivolgiamo un fraterno, amichevole e cordiale appello a tutti gli uomini e le donne liberi e forti, alle articolazioni sociali che soffrono, ai cittadini che non trovano ascolto e attenzione, agli operatori dell’economia locale, al variegato mondo delle professioni, a quei settori della politica locale che subiscono veti ed emarginazioni, a chi vuole l’abbattimento del Moloch burocratico di questa sinistra che governa (senza amministrare) a causa degli errori e delle superficialità altrui (che vanno superate e definitivamente archiviate in nome del bene comune) e non già per propri meriti, affinché ci si unisca, cordialmente, fraternamente e senza dietrologie, in una coalizione di eguali, con eguali importanza, valore e responsabilità, per voltare pagina, anzi cambiare testo, nel rispetto del principio democratico della non più rinviabile alternanza alla guida dell’amministrazione locale.

Questo principio è salutare e va promosso per scongiurare pericolosi deragliamenti del potere, attaccamenti morbosi alle cariche, la cristallizzazione di perniciose élite politico-burocratiche, in definitiva la degenerazione della vita politica.

Abbiamo affermato in altra occasione che la città di Ruvo di Puglia va rivoltata come un calzino. Il sacco va svuotato di ciò che attualmente contiene e riempito di cose nuove che pure mantengano il profumo di ciò che fu, di esecutivi fattivi e dinamici, che olezzino di buona, sana e giusta amministrazione, a vantaggio dell’intera comunità ruvese e non di tasselli di essa funzionali al mantenimento di un potere senza anima e senza futuro.

L’autentico progresso non alberga a sinistra, ma in quelle forze popolari che non lo sono e che hanno il dovere morale, di fronte all’intera popolazione, di liberare Ruvo dal conservatorismo delle sinistre che ormai da molti, troppi anni, sta lentamente erodendo ciò che ancora di vivo, vitale e salvabile vi è nella nostra comunità, edificata dal duro lavoro, dalle rinunce, dai sacrifici dei nostri contadini e braccianti, delle persone perbene, dei commercianti, degli artigiani, degli operai.

Ruvo di Puglia merita di meglio. Merita di essere amministrata da una coesa coalizione di centrodestra, allargata a quelle forze e istanze popolari e civili che, desiderose anch’esse di imprimere un reale cambiamento, vogliano, con piena convinzione e coerenza, sedersi al tavolo amichevole dei colloqui, mosse da intendimenti seri e dall’amore per il nostro paese.

Le divisioni non conducono a nulla di buono, mai, specie se fondate su stamenti fragili ed ingannevoli, sulla personalizzazione e sull’orgoglio, figlio degenere della superbia. A chi giova la divisione, gentili Amiche e cari Amici non di sinistra?», si chiede Bernocco.

«Di certo non giova agli artefici delle divisioni, che vedranno naufragare i loro progetti in un mare di contraddizioni e malintesi, e, alla fine dei conti, al paese, che aspetta un mutamento reale promosso da persone oneste, capaci, competenti, fattive ed amiche dell’uomo, “vecchie” o “nuove” che siano. Riflettiamo ancora una volta insieme, pacatamente e sinceramente. Colloquiamo. Dialoghiamo sui contenuti di una politica del valore umano, mutuando da Aldo Moro. Se saremo capaci di autentico ascolto, di aperto e fraterno dialogo, di vero rispetto degli uni verso gli altri, di far prevalere il molto che ci unisce alle minuzie che ci dividono, allora daremo vita, insieme, ad una coalizione coesa, forte e vincente per il bene del paese.

Noi continueremo a fare in tal senso tutto intero il nostro dovere, nel solco della migliore tradizione democratico-cristiana. Non chiediamo riconoscimenti, vantaggi, preferenze, primogeniture, favori e posti di potere. Noi chiediamo soltanto e legittimamente che il nostro paese venga restituito ai ruvesi e che si torni a respirare un’aria salubre attraverso l’uso corretto degli strumenti della politica del servizio e della carità cristiana. È il nostro fraterno auspicio», conclude.

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